Dietro le quinte: vita e morte tra i nomadi mongoli [REPORTAGE]

reportage nomadi mongoli

Ho sempre amato leggere i reportage: acquistavo le più prestigiose riviste solo per il piacere di leggerli. Mi catapulto nei testi e nelle immagini con tutta me stessa, le parole e le immagini che danzano in un abbraccio, alimentandosi a vicenda, e mi entrano nel cuore. Mi immedesimo nell’autore e nel fotografo, sento il cuore che batte insieme al loro al ritmo della narrazione, al pensiero delle esperienze uniche che hanno l’occasione di vivere, ai messaggi che possono mandare.

Finisco sempre la lettura carica di emozioni e di voglia di fare: vorrei prendere la macchina fotografica, il quaderno per gli appunti, e lanciarmi fuori dalla porta a raccontare storie straordinarie.

Ma poi un pensiero mi blocca: come si fa? Come si trovano queste situazioni da raccontare, spesso talmente esotiche e fuori dall’ordinario da essere inimmaginabili fino a che non le si legge in un reportage?

Me lo sono chiesta per anni. Finché non mi sono trovata a vivere, fotografare e scrivere il mio primo reportage: un’esperienza tra la vita e la morte con i nomadi in Mongolia.

Qui il reportage completo, seguito a più in basso dal suo “dietro le quinte” sulla realizzazione.

Tra lazo e coltelli, la strana relazione di cavalli e nomadi mongoli

nomadi mongoli a cavallo

Eravamo nell’accampamento da poche ore e già ci sembrava di stare in un altro universo, quando cominciò il rodeo. I nomadi mongoli hanno uno stile di vita semplice, fatto di pochi averi, una ger (yurta), un vecchio pickup scassato e…animali. Tanti animali.

Cani, capre cashmere, pecore, ma soprattutto cavalli. Cavalli che vagano liberi per le sconfinate praterie di questa terra piatta e verdastra che è la Mongolia centrale. Ma sono liberi solo apparentemente: a guardare bene si scorgono sul pelo i marchi che denotano l’appartenenza alle diverse famiglie.

Quella dei nomadi è una vita simbiotica con questi animali, fatta di stanzialità e movimento, proprio come la loro. Stanzialità finché c’è erba da brucare e condizioni climatiche favorevoli, movimento quando ci si sposta con i pochi averi e le tante mandrie in cerca di più verdi pascoli.

Un popolo di cavalli. Un’idea romantica e romanzata, un po’ come quella degli indiani d’America, che spinge noi occidentali a dipingere nella nostra mente un quadro idilliaco e poco realistico, che vede in questi animali quasi qualcosa di sacro, di divino.

Ma la vita di chi possiede poco, pochissimo, non può permettersi il lusso di considerare sacro qualcosa da cui dipende la propria sussistenza.

Prima venne il lazo

lazo nomadi mongoli

E così, dopo poche ore, viene tirato fuori il lazo. Pare che siamo arrivati in una giornata interessante: le famiglie della zona iniziano a radunarsi, i cavalli liberi vengono radunati e poi selezionati e messi in un recinto, in una sequenza di azioni ai nostri occhi casuale ma sicuramente determinata con cura.

Guardiamo curiosi questa scena così pittoresca. Le lunghe cime volano sibilando nell’aria, lanciate con mano sicura dai nomadi adulti, mentre i bambini urlano eccitati e le donne si affaccendano intorno. Precise cadono intorno al collo dell’animale, che si impenna, si agita, strattona furibondo, ma ormai sa di essere bloccato.

E mentre ci chiediamo con curiosità a cosa serva tutto questo, se questi cavalli verranno domati o altro, sentiamo il rumore metallico dei coltelli che vengono affilati.

Non è una festa: è un macello.

 

Poi ci furono i coltelli

cavalli mongoli

Uno dopo l’altro, assistiamo con un certo orrore, tipico di chi è abituato a trovare la carne già pronta sui bancali dei supermercati, allo spettacolo della morte finalizzata al sostentamento delle famiglie.

I cavalli presi al alzo vengono allontanati dal recinto e dalle ger, portati a qualche centinaio di metri di distanza e lì abbattuti. Non hanno armi da fuoco in queste comunità, e le armi bianche porterebbero a uno spargimento di sangue eccessivo, quindi il metodo è tanto brutale quanto efficace: strangolamento. Cinque uomini da una parte e cinque dall’altra che tirano in direzioni opposte le corde legate intorno al collo dell’animale, che si agita disperato ma ormai vede la fine arrivare.

Poi, con la precisione di una catena di montaggio, inizia il lavoro. La carcassa viene sdraiata direttamente sull’erba e, con tagli esperti, scuoiata in pochi minuti. Poi, mentre si passa all’abbattimento del cavallo successivo, le donne subentrano all’opera: tagliano, estraggono, puliscono, rimuovono. Il tutto utilizzando la pelle stessa dell’animale come “telo” per non sporcare la carne.

È una scena terribilmente truce e al tempo stesso affascinante, le mani dei mongoli immerse nel sangue e nelle budella, le bocche sorridenti che ridono e cantano nella loro lingua gutturale, una bottiglia di vodka insanguinata che gira all’interno del gruppo…un lavoro di precisione corale portato avanti da tutte le famiglie del “vicinato”. E non mancano assaggi di prelibatezze locali, come i testicoli di cavallo crudi e ancora caldi, offerti (aggiungerei con mia gioia) solo agli uomini perché considerati ottimi per la virilità.

 

Una simbiosi difficile da accettare

nomade mongolo pascolo

La festa va avanti fino a tardi. Il sole tramonta sul duro lavoro di uomini, donne e bambini (che giocano felici tra le carcasse), mentre i cavalli radunati nel recinto gradualmente diminuiscono. La notte non porta cambiamenti se non che vengono allestite delle luci fioche, ma principalmente il lavoro di precisione è portato avanti con le torce dei cellulari – unico oggetto tecnologico immancabile nella dotazione di ogni nomade.

Le carcasse, pulite e pronte, una dopo l’altra vengono appese in bell’ordine a una sorta di gru fatta con pali di legno e ganci.

Quando ci ritiriamo per dormire nelle ger insieme ai bambini, esausti, un po’ scioccati e ancora sporchi di sangue perché non ci sono ovviamente docce, il lavoro ancora continua, il chiacchiericcio e le risate in lontananza anche.

La mattina ci svegliamo un po’ increduli per quanto abbiamo visto solo nel nostro primo giorno, e usciamo a verificare che non fosse uno strano sogno. Con nostra sorpresa, pare che lo sia stato: il recinto dove i cavalli venivano tenuti è vuoto, ma non c’è traccia della carneficina che ha avuto luogo la sera precedente. Sparite le carcasse, le pelli, i coltelli. L’unica presenza che dimostra in modo inequivocabile che non abbiamo sognato è l’erba sporca di sangue nella zona di lavoro, punteggiata qua e là da un fegato enorme, un polmone o uno stomaco – resti di cui i cani pasteggiano felici.

resti macello nomadi mongolo

È difficile per un occidentale accettare una simile carneficina, farla convivere con quell’idea romantica che si ha di un “popolo di cavalli” come i nomadi mongoli. Ma la realtà è che chi dipende dagli animali per il proprio sostentamento non può permettersi il lusso di queste idee.

I cavalli e i nomadi hanno un rapporto simbiotico, così come con tutti gli altri animali, solo che non è quello che vorremmo credere noi. Sono compagni di vita, mezzi di trasporto, supporto nel lavoro, fonte di divertimento. Ma anche di sostentamento, poiché la carne del bestiame che possiedono è praticamente l’unica cosa che queste persone mangiano, a parte acqua, farina, riso, e qualche occasionale patata o cipolla.

Inoltre è anche tutto ciò che possiedono con un valore commerciale: gli animali di cui abbiamo assistito il macello sono probabilmente stati portati a Ulan Bator già la notte stessa. Lì vengono frollati e conservati in celle frigorifere, e poi spediti nei diversi mercati di consumo – principalmente quello cinese. Con i soldi ricavati dalla vendita della carne, i nomadi possono acquistare quel poco di cui hanno bisogno per vivere e che non possono procurarsi da soli – vestiti e scarpe, benzina e pezzi di ricambio per l’auto, libri per la scuola dei bambini, farina e riso.

È una relazione difficile da accettare, ma di quelle più autentiche e ancestrali: quelle per la sopravvivenza.

 

Realizzare un reportage in Mongolia tra i nomadi: come si fa?

lavoro con nomadi mongoli

Se sei come me probabilmente ti stai chiedendo come si faccia a vivere un’esperienza simile per realizzarne un reportage

La verità è che oggi come oggi non è facile farlo come lavoro: i reportage hanno un mercato limitato, sono pochi i giornali che li pubblicano e ancora meno quelli che li pagano. Nessuno, o quasi, quelli che pagano in anticipo per mandare un fotografo a svolgerlo.

Eventualmente, dopo aver svolto e realizzato il reportage, si potrà provare a venderlo a qualche rivista o ad altre realtà.

Starà quindi al fotografo trovare tutto ciò di cui ha bisogno:

  • una storia avvincente da raccontare
  • un fixer locale, ovvero qualcuno che gli permetta di avvicinarsi al soggetto che vuole narrare
  • i mezzi di trasporto e di sostentamento necessari alla realizzazione

La storia avvincente da raccontare è la cosa più semplice ma anche la più difficile. Non è necessario andare dall’altra parte del mondo per dissotterrare realtà nascoste e poco conosciute, come ha dimostrato Marco con il suo reportage sui senzatetto di Milano.

Bisogna seguire il proprio istinto e i propri interessi, farsi ispirare da altri lavori che ci hanno appassionato, dalle nostre conoscenze, dalle opportunità che abbiamo.

 

Nel nostro caso, è stato subito chiaro cosa volevamo fare: nel nostro “viaggio solo andata” uno dei primi Paesi attraversati era la Mongolia, e sapevamo con assoluta certezza che volevamo vivere l’esperienza unica della vita nomade, in uno degli ultimi avamposti al mondo di quest’ultima.

Ma come riuscirci?

cavallo mongolo sellato

Ci è venuto in aiuto uno dei nostri strumenti per viaggiare preferiti, che negli anni ci ha permesso di vivere esperienze uniche in giro per il mondo e di fare alcuni dei nostri migliori reportage in modo quasi del tutto gratuito – e per una buona causa.

Il volontariato.

Fare volontariato internazionale permette di venire a conoscenza con realtà spesso fuori dai circuiti più noti, e di conoscere persone con storie straordinarie. Noi utilizziamo spesso piattaforme come Workaway o Worldpackers (sconto di 20$ all’iscrizione da questo link), e siamo riusciti a trovare e documentare situazioni spesso difficili ma sempre straordinarie.

Con un solo sito, quindi, siamo riusciti a risolvere tutti i problemi sopra: avremmo vissuto un’esperienza forte (non avevamo ancora idea di quanto forte, come avrai intuito leggendo). Avremmo lavorato con i nomadi facendo volontariato e aiutandoli nella loro vita quotidiana.

Ma i problemi di un reportage del genere erano ben altri.

Vivere con i nomadi mongoli: un’esperienza (fotografica e non solo) difficile

Eravamo ancora agli inizi del nostro percorso, in tutti i sensi, e non sapevamo bene cosa aspettarci. Sapevamo che avremmo dovuto adattarci molto, che era uno stile di vita estremamente spartano, senza acqua corrente, elettricità e comodità occidentali. E ci aspettavamo che la cucina non fosse proprio leggera e piacevole. 

E anche fotograficamente, ci aspettavamo che sarebbe stata una bella sfida. In primis perché non c’era una parola in comune con i nostri ospiti, che ovviamente non parlavano inglese.

L’unico modo per comunicare era a gesti o con l’aiuto occasionale del traduttore nel cellulare. Per cui anche riuscire a scattare fotografie d’impatto, a fargli capire le nostre intenzioni e le finalità, non era facile. E spesso nemmeno il contrario.

cavallo mongoloIn occasione del macello raccontato sopra, ad esempio, quando abbiamo capito cosa stava per succedere il nostro senso di nausea è stato vinto dalla voglia di immortalare quell’assurdo momento. Ma appena siamo corsi a prendere le macchine fotografiche ci hanno fatto capire con gesti veementi che no, non potevamo scattare fotografie.

Quel momento sarebbe potuto rimanere impresso solo nella nostra memoria e nelle parole scritte, perché l’unica fotografia a testimonianza di quell’esperienza è la foto del giorno dopo, con l’erba chiazzata di sangue e di pezzi di interiora di cavallo – una foto che senza il racconto non avrebbe lo stesso valore.

Inoltre eravamo lì per supportarli nel lavoro quotidiano, oltre che per fotografare. E spesso le due cose non andavano d’accordo.

Che spettacolo meraviglioso era ad esempio cavalcare insieme a loro verso le montagne, per accompagnare i greggi di pecore e capre al pascolo. Le vesti colorate tipiche dei nomadi che fluttuavano nel vento mentre sfrecciavano sui loro cavallini, in piedi sulle selle di legno. Ma essere al loro fianco, a vivere la loro quotidianità in sella, ci impediva spesso di scattare le foto che avremmo voluto.

Essere in due, in quell’occasione, è stato fondamentale: i ruoli si scambiavano e quando uno dei due era impossibilitato a scattare perché stava lavorando, l’altro correva alla fotocamera.

In altri momenti invece erano loro stessi, divertiti dalla nostra simbiosi con le macchine fotografiche, a incoraggiarci a scattare.

Ci chiamavano nei momenti più disparati, tutti eccitati, e ci facevano segno di seguirli, parlando nella loro lingua gutturale per noi incomprensibile.

E una volta fuori dalle ger, ci trovavamo davanti a qualche spettacolo improbabile: una sessione di lotta nel fango, ad esempio. O la doma di un cavallo che non aveva mai indossato una sella prima, con annesso rodeo.

E noi, sempre impreparati a ciò che sarebbe arrivato a causa del gap linguistico, facevamo del nostro meglio per non perderci nessuno di quei momenti incredibili!

 

Il reportage che ne è uscito è, a mio parere, un perfetto mix di foto e parole. Le prime da sole non basterebbero a descrivere ciò che abbiamo visto, le seconde sembrerebbero invenzioni di una fantasia iperattiva.

Le abbiamo portate a casa entrambe, ed è questo il bello di un reportage: una danza culturale tra immagini e testi che può portare il lettore in luoghi che non avrebbe mai potuto immaginare.

Facci sapere cosa ne pensi nei commenti, e se questo format “reportage+dietro le quinte” ti è piaciuto e vorresti vederne altri!

Un abbraccio,

Ilaria

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2 Comments

  • Forse il testo è più forte delle immagini, ma capisco tutte le difficoltà. In ogni caso pochissimi raccontano tutto quel che è successo intorno alla macchina fotografica.

    • Ciao Matteo, sì non era facile raccontare quelle condizioni contando solo sulle immagini purtroppo, ma siamo contenti che il risultato sia stato comunque apprezzato, specialmente il format 🙂

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