Fotografia e alpinismo: un reportage dal Monte Bianco a 4.810m

reportage scalare monte bianco

Fotografia e alpinismo non sono un binomio apparentemente vincente: nulla può sembrare più difficile che scattare fotografie tra le cime più alte del nostro Paese, in mezzo a neve e ghiaccio, con una piccozza in una mano e i ramponi ai piedi.

Eppure è proprio quello che ci è stato chiesto di fare nell’estate 2022: abbiamo concluso e portato a compimento un progetto nato nel lontano 2018, che si era interrotto per il Covid nel 2020 e che ci ha coinvolto e sfidato come poche cose prima.

Un’idea ambiziosa di una società di consulenza e Change Management, Methodos, che ha apprezzato le nostre storie e le foto che scattavamo, e ci ha coinvolto nel progetto lavorativo più incredibile che si possa immaginare:

Scalare il Monte Bianco (e le altre cime più alte d’Italia), accompagnando questo gruppo di consulenti trasformati in alpinisti con le nostre parole e le immagini che avremmo scattato.

Un progetto chiamato M4810, di cui puoi leggere l’intera storia qui.

Fotografare le montagne più alte: cosa significa un progetto fotografico come M4810

viaggiosoloandata in cima al monte bianco

Fotografare mentre si fa alpinismo non è certo qualcosa che potrebbero fare tutti: servono doti atletiche e allenamento, oltre alle capacità fotografiche e tecniche per scattare in condizioni estreme.

Men che meno portare a termine un reportage che combini parole e immagini, come era richiesto per un progetto del genere.

Ma noi eravamo le persone giuste.

Io e Marco siamo da sempre appassionati di avventura, prima ancora che di montagna, e quando ci hanno proposto un’esperienza del genere non abbiamo saputo dire di no.

Sebbene sapessimo di non essere adeguatamente preparati, allora. O forse, proprio per questo.

Perché M4810 era un processo di Change Management: crescita personale, consapevolezza, cambiamento di abitudini, pensieri e comportamenti.
Lo era per l’azienda che lo ha ideato, e lo è stato anche per noi.

Negli anni in cui abbiamo lavorato a questo progetto abbiamo utilizzato tutta la nostra attrezzatura, ma abbiamo dovuto fare un lavoro di minimalismo fotografico incredibile (perché non si può portare tanto peso a quasi 5.000 metri) e abbiamo dovuto allenarci fisicamente e psicologicamente per esserne all’altezza.

In questo articolo voglio condividere con te il reportage dell’ultima e più straordinaria tappa, il Monte Bianco, che contiene le mie parole, le foto di Marco, e le emozioni di chi riesce a realizzare qualcosa che credeva impossibile.

Ma anche raccontarti ciò che abbiamo imparato, come fotografi e narratori di storie, da questa straordinaria esperienza.

Come si fa a fotografare il Monte Bianco? Ciò che abbiamo imparato

Arrivare a scalare e fotografare il Monte Bianco è stato un percorso di crescita personale e di presa di consapevolezza come alpinisti, come esseri umani e come fotografi/creatori di contenuti.

Ecco le lezioni più importanti che abbiamo appreso:

1. Non sempre puoi portare tutta la tua attrezzatura fotografica con te

Camminare a oltre 4.000 metri è una sfida anche senza zaino pesante, ma con il fardello dell’attrezzatura fotografica diventa impossibile.

C’è chi dice che per scattare belle foto e portare a casa un progetto professionale sia necessario partire con una valigia piena di obiettivi, fotocamere, droni, cavalletti, etc…e noi potenzialmente saremmo anche d’accordo, ma quando si fa travel photography o fotografia d’avventura le cose non funzionano così.

Tutto M4810 è stato scattato con:

 

Più occasionali foto con il telefono, usato soprattutto per i video da utilizzare nelle stories e sui social.

Sì esatto, tutto qui.

E il drone con telecamera? Lo abbiamo utilizzato a quote più basse, ma è parecchio difficile farlo volare a 4.000 metri in carenza d’ossigeno e con tutte le condizioni di vento e freddo che ci sono lassù.

2. L’abbigliamento giusto per i trekking fotografici è fondamentale

Anche nel nostro tempo libero, i trekking fotografici sono qualcosa che facciamo spesso, specialmente d’inverno. In questo contesto più che mai, avere i vestiti e gli attrezzi giusti è stato fondamentale. 

Di particolare importanza sono stati i guanti fotografici Vallerret che ci hanno salvato le dita, e hanno permesso a Marco di scattare (anche se non era facile) fino alla cima del Monte Bianco.

Se ti interessano i consigli fotografici di Marco per fotografare in alta quota, guarda il video della sua scalata al Monte Rosa l’anno precedente:

 

3. I tuoi sogni fotografici più arditi sono quelli che dà più soddisfazione realizzare

Se ci avessero detto che avremmo accompagnato un’azienda sulla vetta del Monte Bianco come fotografi e storyteller ufficiali della spedizione, non avremmo mai creduto che fosse possibile.

Riuscirci è stato un mix di caso e fortuna, volontà e capacità di posizionarci nel modo giusto, ma soprattutto ambizione e volontà.

Scegliere un settore come quello della fotografia d’avventura, e seguire la nostra passione che ci spingeva sempre in quella direzione, è stato fondamentale.

Nonostante ciò, è servito un bel coraggio (e un po’ di follia!) per dire sì a una proposta del genere, e per arrivare fino in fondo.

Ma come scoprirai leggendo le prossime righe…sì, ne valeva la pena.


Reportage M4810: Da consulenti ad alpinisti sulle vie del cambiamento

scalare il Monte Bianco

Ci sono momenti nella vita in cui tutto sembra allinearsi perfettamente perché si possano raggiungere i propri obiettivi. 

Ci sono, vero. Ma solitamente non capitano quando dovrebbero.

 

Di solito avviene proprio il contrario, specialmente all’alba di grandi decisioni o di fatti salienti: nubi nere si addensano all’orizzonte, fatti fuori dal nostro controllo creano condizioni che ci sembrano sfavorevoli, e d’improvviso paure ancestrali si impossessano di noi, mascherate da “segnali”.

È esattamente quello che è successo a noi, nei giorni che hanno preceduto quello che avrebbe dovuto essere il culmine del progetto M4810: il Monte Bianco. 

Un finale complesso

scalare il Monte Bianco notte

Penso al lungo percorso che ci ha portato qui dal 2018 ad oggi, mentre cammino a quattromila metri in una notte limpida illuminata da una splendida e inaspettata luna piena. Le montagne bianche intorno a me brillano di luce propria, ma non posso guardarle: devo concentrarmi sulla traccia.

Il passo lento e costante che abbiamo imparato ad apprezzare con il Monte Rosa (kalipè!) e il rumore della neve che scricchiola sotto i ramponi, mi cullano in una sorta di trance, pura meditazione in movimento.

Ripenso a quando ci siamo trovati la sera a Courmayeur per partire verso la Francia all’alba del giorno dopo, agli abbracci densi di adrenalina e agli sguardi carichi di una determinazione che non avevo mai visto prima.

Ci sono 4 persone di Methodos. Più me, perché le grandi gesta vanno per forza narrate, il fotografo, e ben 5 guide alpine – per salire in massima sicurezza anche in un anno difficile come questo caldissimo 2022. 

scalare il Monte Bianco alba

Continuo a camminare. Il cielo a est comincia a tingersi di rosa, ma la luna è tramontata e il freddo è più penetrante che mai. Capisco il detto “l’ora più buia è sempre quella prima dell’alba”. 

Le gambe sono intorpidite e doloranti, le punta delle dita gelate sia nelle mani che nei piedi, l’aria ghiacciata entra in gola dolorosa…e ancora la vetta è così lontana, impossibilmente lontana.

Sollevo-appoggio-pausa, sollevo-appoggio-pausa, sollevo-appoggio-pausa

passo del gouter monte bianco

Ripenso al giorno prima, mentre iniziavamo la salita verso il rifugio Goûter e ci arrampicavamo come stambecchi su una pietraia di sassi instabili e strapiombanti. La fatica era estrema, sia fisica che mentale, perché ogni passo era la differenza tra il successivo e una rovinosa caduta.

Nelle uscite precedenti qualcuno aveva chiesto alle nostre guide “cosa succede se cadiamo, nei tratti più complessi?”. E Arnaud, il responsabile, aveva risposto sorridendo: “Non cadi”.

Una frase che avevo trovato fastidiosamente inadeguata in quel momento, ma che mentre mi reggo con una mano a uno sperone di roccia e con la punta del mignolo del piede mi appoggio a un altro, capisco perfettamente: non cadi. 

Quando tutto dipende da quella presa, quando la tua intera mente e il corpo sono concentrati su un obiettivo, e le tue percezioni sono espanse al massimo, non cadi. Cadere semplicemente non è un’opzione.

 

Continuo a camminare, entrando e uscendo da questa trance in cui perdo la cognizione del tempo e dello spazio: ci sono solo la traccia, gli scarponi davanti a me e il ritmo perfetto del passo della guida da imitare.

Poi qualcosa di strano mi colpisce. C’è qualcosa di diverso, qualcosa che è cambiato negli ultimi minuti, in modo così graduale da essere quasi impercettibile, ma ora me ne rendo conto chiaramente.

La neve sta diventando rosa.

fotografare il Monte Bianco alba

Alzo lo sguardo, e mi blocco.

Ferma in mezzo alla neve, la corda che mi lega alla guida si tende con uno strappo, e lui si volta a osservarmi preoccupato: “che succede?”.

“È straordinario”, mormoro guardando a sinistra, oltre la sua spalla.

Si volta a vedere e capisce cosa mi ha fermata: il cielo si è tinto di un rosso incredibile, un colore che pensi di trovare sulle magliette di Patagonia, non in un cielo.

File di montagne di tutte le sfumature del blu si dissolvono nel rosso, in quella che è senza ombra di dubbio l’alba più incredibile che abbia mai visto.

La guida sorride e mi fa cenno di continuare: “aspetta di vederla da lassù”.

L’ultima salita

Ormai non sento più le dita delle mani. Cerco di muovere le braccia come ci hanno insegnato le guide, ma lo sforzo è troppo per dei poveri polmoni di ex-fumatrice a 4.500 metri di altitudine. Annaspo in cerca di aria mentre cerco di non perdere il passo, la corda in mano alla guida che mi tira come un cane al guinzaglio.

Non ce la faccio, arriverò congelata, lo sento. Non ci arriverò proprio anzi.

 

È come se fossi uscita da quella meditazione contemplativa che mi faceva sentire la fatica, il dolore e la paura come elementi distanti di un presente altrui. Ora invece sono qui, e sento distintamente tutte queste cose che mi attanagliano il corpo.

Ma chi me l’ha fatto fare? Ma cosa ci faccio qui? Cosa ci è venuto in mente?

Sprofondo in questa spirale di pensieri negativi, nonostante l’alba rosata che inizia a illuminare il cielo dietro le montagne – ormai sento solo freddo e dolore. Basta, non ne posso più. Ora mi fermo, torno indietro.

Non riesco ad articolare questi pensieri, ma la guida sembra intuirli e tira il guinzaglio un po’ di più.

“Dai, forza”, mi dice; “Siamo quasi alla Capanna Vallot”.

Che diavolo è la Capanna Vallot? Mi immagino una meravigliosa struttura come era Capanna Margherita, il piccolo ma accogliente rifugio in cima al Monte Rosa, con un ragazzo sorridente pronto a servirmi un tè caldo e il profumo di pizza appena sfornata nel corridoio.

Ma so che si tratta di un miraggio degno del più caldo dei deserti: non esiste nulla di simile sul Monte Bianco. Solo freddo, ghiaccio e neve.

capanna vallot monte bianco

Miraggi a quattromila metri

E infatti.

Sono talmente infreddolita e stanca che neanche mi accorgo di essere alla base di dei gradini di metallo. Li salgo meccanicamente senza nemmeno guardare cosa ci sia alla fine, con la grazia che si può avere quando si indossano dei pezzi di acciaio appuntito sotto i piedi, e supero una porta che la guida mi tiene aperta.

Siamo dentro una specie di scatola di metallo, non c’è niente se non delle panche ricoperte di una specie di moquette nera e un odore ambiguo di umanità e sogni infranti. Altro che pizza.

Ma c’è la possibilità di sedersi su qualcosa che non sia neve, di mettere del cibo sotto i denti e di smettere di sentire freddo…tanto basta, è già salito a mio secondo posto preferito nel mondo (la Capanna Margherita rimane al primo, non c’è storia).

Mentre stiamo qui a riprendere la sensibilità nelle dita, mano a mano entrano dalla porta altri ghiaccioli: gli altri compagni di questa avventura. Scambiamo quattro chiacchiere, sorsi di tè caldo (fortuna i thermos) e scaldini per mani e piedi come fossero di contrabbando. E pian piano ci torna un barlume di forza. E la voglia di arrivare in cima.

 

Quando stiamo per uscire di nuovo nel freddo dell’alba, sento quel poco di coraggio che mi aveva colto dentro la scatoletta che sopra i 4.300 metri chiamano “capanna” abbandonarmi…

Ma poi vedo la prima luce rossa del sole illuminare l’orizzonte, e d’improvviso so che ce la possiamo fare.

Le montagne intorno a noi sono colorate di turchese, e le striature di nuvole nel cielo ci regalano un arcobaleno di toni pastello che nemmeno il miglior quadro impressionista può sfoggiare. Nonostante il freddo, tiro fuori il cellulare e scatto decine di foto. È bellissimo.

ghiacciai monte bianco

Ricominciamo a salire. E intendo proprio salire. 

Passiamo sotto enormi formazioni di ghiaccio, le cui striature di tutti i toni dell’azzurro sembrano disegnate con il pennello.

La traccia si inerpica su creste sempre più strette, tanto che non posso più guardarmi intorno: in una mano la piccozza come un bastone, nell’altra il bastoncino da trekking, devo ricorrere a tutta la mia concentrazione per andare dritta e non sbandare. A destra e a sinistra c’è solo il vuoto, e non voglio scoprire quanto servirebbe il mio guinzaglio se scivolassi.

“Non cadi”, aveva detto Arnaud. In fondo so che aveva ragione. E così cammino: kalipè.

 

La cresta torna in piano, e vedo un’altra salita davanti a me, e una vetta.

“È quella?”, chiedo alla guida, la voce che tradisce speranza e disperazione.

“Non ancora”, mi risponde.

E sprofondo di nuovo in quella meditabonda trance che ti manda avanti a 4.700 metri.

Il passo successivo sembra non arrivare mai. Camminare a queste altitudini è un gioco di coordinazione tra inspiro e appoggio di un piede, espiro e movimento dell’altro.

Superiamo la finta vetta, siamo di nuovo sul piano, e di nuovo chiedo: “ti prego, dimmi che è quella…”.

Ma so già la risposta. Ancora no.

cresta monte bianco 4810m

Che montagna bastarda, solo la vetta più alta d’Europa poteva permettersi di giocare così con i sentimenti delle persone, ed essere comunque venerata e desiderata da tutti gli alpinisti.

Continuiamo a camminare.

Provo una nuova strategia: non guardare più in alto, ma concentrarmi solo sui miei passi. Uno dopo l’altro, uno dopo l’altro. Non c’è niente a parte la cresta sotto il mio scarpone.

Per un po’ sembra funzionare, ma poi non resisto più e sbircio.

Siamo alla fine dell’ennesima cresta, che ormai penso sia solo un’altra illusione di vetta, a questo punto a dire il vero penso che la cima del Monte Bianco sia una leggenda.

E invece, davanti a me vedo delle persone ferme. Non sono in fila indiana. Non stanno camminando. Si scattano foto.

4810

vetta monte bianco 4810m

Oddio…non ci credo.

“È quella…”, mormoro, e questa volta non è una domanda.

Sento qualcosa di potente montarmi dentro ed emergere dagli occhi. Lacrime. Sto piangendo, anzi proprio singhiozzando, che non è una cosa facile quando cammini a 4.810 metri. Ma ormai mi muovo in apnea, l’ossigeno non mi serve nemmeno più, l’adrenalina scorre nelle vene come fuoco: ce l’abbiamo fatta! Ci siamo! 

Siamo sulla cima del Monte Bianco!

 

Abbraccio la guida, Marco, chiunque mi capiti a tiro…siamo un groviglio di braccia ricoperte di strati di vestiti tecnici, lacrime e urla. Non so se è più pazzesca la vista o l’energia che esplode come un vulcano.

cima monte bianco 4810m

Mi fermo a guardarmi intorno e mi sorprendo a pensare quanto sia scontato quello che sto pensando: ne valeva la pena.

Ne vale la pena solo per questo. Lo dicono tutti, e quando sei a valle sembra vero, ma poi mentre sali non è più tanto facile crederci…eppure lo è, per questo breve ma intensissimo momento è valsa la pena di tutto.

 

M4810 serviva proprio a questo: era l’emblema del pensare in grande, dell’andare oltre i propri limiti, del crederci fino a realizzarlo, fino ad arrivare sulla cima più alta di tutte. Dalla quale tutto il resto appare più basso, piccolo.

“Grazie Methodos! Play bigger!” urlano tutti nel vento, non so con quale fiato abbiano ancora in corpo. E mentre li guardo tutti con le braccia alzate in segno di vittoria, so per certo che questa non è una destinazione ma solo un nuovo inizio.

È solo l’inizio

Quasi a volerci ricordare che il nostro tempo in vetta è limitato, che momenti del genere sono speciali proprio perché effimeri, si alza un vento gelido e pungente che ci invita a scendere. Abbiamo avuto una decina di minuti paradisiaci sul tetto d’Europa, baciati dal sole che risveglia le vallate sotto di noi e senza una bava di vento. Più di così non potevamo chiedere.

cima monte bianco M4810

E allora ce ne andiamo felici, lasciamo la vetta ai prossimi alpinisti che la conquisteranno, regalando “bonjour” sorridenti a tutti quelli che in salita rantolano in carenza di ossigeno.

La discesa è una benedizione, un perdere quota velocemente mentre pensi a quanto hai sofferto per conquistarla. Finché non diventa una maledizione, un dolore ai piedi e alle ginocchia, un continuo “quanto manca?” che sembra prolungarsi ancora di più di quella dannata vetta.

Ma ormai ci siamo, non c’è più niente da conquistare, almeno non oggi. C’è solo da scendere, e anche quando pensi di non farcela più la gravità per fortuna aiuta nell’impresa.

 

Arrivati a valle e tornati dal lato italiano del Monte Bianco, stravolti ma felici, c’è un’altra sorpresa ad attenderci: un autobus pieno dei colleghi Methodos che abbiamo portato con noi virtualmente in cima al Bianco ci aspetta a Courmayeur. 

Ad un bar che si chiama 4810, ovviamente!

m4810 finale

Mi guardo intorno, in questa grande festa al 4810, e mi chiedo se due anni fa saremmo stati pronti, se ce l’avremmo fatta. Probabilmente sì, mi dico: eravamo più allenati, venivamo da tante uscite preparatorie, il gruppo era più numeroso e più preparato. Il lungo periodo del Covid ha messo uno stop a tutto questo, e ci siamo ritrovati due anni dopo a ricominciare a salire in qualche modo “monchi”, incompleti. Eppure questo tempo ci ha anche dato la possibilità di sposare il progetto, di interiorizzarlo, di cambiare stile di vita…forse non tutte le persone che oggi sono qui saranno arrivate a 4.810 metri di altitudine, ma essere al bar 4810 basta e avanza.

Perché il Monte Bianco per noi dal 2017 non è a 4.810 metri, ma è e sarà ovunque il nostro sguardo e la nostra mente vedranno una sfida apparentemente insormontabile e risponderemo “perchè no?”.

Un processo fatto di scelte e di persone che ci ricorda che possiamo controllare solo quello che proviamo e facciamo, non possiamo prevedere le situazioni esterne, né arginare tutti i rischi, e men che meno aspettare un momento giusto che mai verrà. 

Possiamo solo prendere quello che abbiamo imparato da questa esperienza, che trascende la cima in sé e diventa metafora della vita e del Change Management, e applicarlo a qualunque Monte Bianco ci si parerà davanti – che sia il Coronavirus, un nuovo progetto o l’inizio di qualcosa che ancora non sappiamo nemmeno cos’è.

Il Monte Bianco non è un traguardo ma un punto di partenza. Per tutti noi.

Last Updated on Settembre 13, 2022 by Ilaria Cazziol

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