Orissa tribale in India – reportage di Olmo Fattorini

Reportage nell'orissa

Mi ritrovo in India con un visto turistico della durata di sei mesi, una motocicletta acquistata a New Delhi, la mia immancabile macchina fotografica e tanta curiosità verso il popolo indiano.

Inizio percorrendo qualche migliaio di chilometri sulla costa occidentale, la più turistica e commerciale, frequentata per lo più da fricchettoni, famiglie e turismo locale. Il tempo di ambientarmi e decido però che quello che voglio io è qualcosa di diverso, ho voglia di buttarmi in un’avventura verso l’ignoto!

Tempo prima, mi era capitato di sentir parlare di una particolare regione tribale in India, un luogo abitato da genti che conservano ancora le loro tradizioni ancestrali, animando l’entroterra selvaggio e la mia fantasia di viaggiatore con il loro stile di vita semi-primitivo.

Così, deciso a scoprirne di più, inizio la ricerca per sapere che direzione prendere.

 Il problema è che su guide cartacee e internet non trovo molte informazioni riguardo questi popoli, men che meno indicazioni su possibili itinerari da seguire per raggiungerli.

 Anzi, l’unico consiglio ricorrente che riscontro, è quello di evitare di attraversare quella regione tribale, per via di tensioni politico religiose maoiste. Purtroppo, invece di farmi desistere, il senso di mistero che aumenta intorno a questo popolo, non fa altro che accrescere la mia sete di avventura.  

Alla fine vengo a sapere che da Goa ci sono circa 1500 km di strade interne al paese, prima di raggiungere finalmente i confini di questa regione, denominata Orissa.

Non sono pochi, ma sono troppo determinato ad andare alla scoperta del territorio e dei suoi abitanti. Non riesco a figurarmi niente di loro, di come vivano o la loro cultura, nessuna aspettativa nella mia testa, solo il forte richiamo dell’ignoto: è semplicemente impossibile resistergli!

Così lego lo zaino al portapacchi posteriore, cambio l’olio al motore, controllo la pressione delle gomme e riempio il serbatoio. Controllo un’ultima volta l’itinerario che mi porterà fuori dalla baldoria di Goa e do il via alla traversata da ovest ad est del subcontinente indiano in moto.

In 4 giorni e le dovute pause, arrivo al confine che separa lo stato del Telangana con quello dell’Orissa, ci sono. 

Aimè però, qui la strada si interrompe bruscamente, sbarrata dall’impetuoso fluire di un ampio fiume, che all’apparenza sembra voler vanificare gli sforzi fatti finora.

 

Ma non è finita. Infatti fa capolino dal nulla un simpatico ometto, che a quanto pare si guadagna la giornata facendo avanti e indietro su quei 200 metri di fiume, con la sua traballante barchetta di legno. Guardo la moto, guardo la barchetta, guardo il fiume: non c’è altra scelta se non affidarsi a quelle assi di legno.

In qualche modo carichiamo la moto e in pochi minuti sono sull’altra riva: ufficialmente in Orissa!

Continuo il mio viaggio verso Jeypore, dove ho deciso che farò tappa per qualche giorno, ritrovandomi ad attraversare un’immensa foresta dalle calde tonalità ocra. Questa mi accoglie,  avvolgendomi in una bolla di dolce quiete, un’atmosfera decisamente surreale per l’India che ho visto finora. Percepisco l’armonia con la natura circostante e allo stesso tempo l’incredulità delle persone nel vedere da quelle parti un bianco, per di più in solitaria.

Sono anche colpito dalla molta miseria che mi circonda: l’Orissa purtroppo è anche nota per essere una tra le regioni più povere dell’India.

Inizio a scorgere le prime capanne costruite con legno e paglia, le donne al fiume che fanno il bucato, uomini al lavoro nei campi, anziani che si scaldano con piccoli falò di cartacce.

Ma quello che mi colpisce di più è la diversità dei tratti somatici, molto più simili a quelli degli aborigeni d’Australia che a quelli indiani. Tutti gli adivasi, traducibile dal sanscrito come ‘abitanti originali’, sono inoltre di bassa statura e hanno un corpo snello.

A bordo strada, innumerevoli signore avvolte in tessuti colorati, sono inginocchiate a terra intente a raccogliere qualcosa da sotto gli alberi. Solo successivamente capirò che raccolgono i fiori gialli di Mahula dai quali, in seguito a successive lavorazioni, traggono una bevanda alcolica fermentata.

Questa è la bevanda che viene consumata tipicamente solo durante le celebrazioni più importanti, ma sempre più spesso la comunità ne fa uso quotidianamente. Non è raro incontrare uomini e donne delle diverse tribù ubriachi, soprattutto durante il mercato settimanale.

Una volta a Jeypore faccio conoscenza con la gente del posto, cercando di reperire informazioni sui villaggi tribali e agli indigeni che li popolano.

Vengo così a sapere che, ogni settimana, le tribu’ Bonda, Gadawa, Origion, Dogria Kondh, Mali e altre, affluiscono dal proprio villaggio ai mercati limitrofi. Lo fanno per necessità, qui infatti avviene la compravendita di bestiame, prodotti della terra, utensili da lavoro e per la casa, tabacco da masticare e una bottiglia di mahwla, ma anche come momento di interazione tra loro, visto che i giorni restanti sono isolati.

I mercati più frequentati sono quelli di Onukadelli, Kunduli e Baliguda.

La vita nelle tribù è dettata dal lento ritmo della foresta, con un’economia basata principalmente sulla coltivazione della terra, integrata con la caccia e la pesca.

Ogni tribù ha tradizioni uniche, usi e costumi che la contraddistinguono dalle altre.

Le antiche tribù dell’Orissa in India

I Bonda sono una delle tribù più primitive tra quelle che popolano la regione di Malkangiri. Riconoscibili  per i loro mantelli blu, lunghe collane colorate sul capo rasato e preziosi anelli di metallo intorno al collo.

La donna svolge le mansioni principali nella società quali lo svezzamento della prole, il lavoro nei campi e in casa. Gli uomini sono invece rinomati per essere gran bevitori di Mahula, sebbene l’intera popolazione Bonda ne faccia abbondante uso.

Poi c’è il popolo Gadawa, che alcuni indicano come il più antico di tutta la regione.

Non mangiano carne, né bevono alcol e si definiscono una tribù animista. È proprio il ciclo della luna che scandisce i tempi del loro stile di vita, del lavoro e delle celebrazioni religiose.

Si riconoscono per le spesse collane d’alluminio che portano al collo, gli enormi orecchini d’ottone e una piccola mezza luna tatuata sulla fronte.

Più a nord, invece, la regione di Baliguda è considerata la terra dei Dogria Kondh, le donne dal volto tatuato.

 La leggenda narra che, secoli fa, il capo della dinastia aveva il potere assoluto e di conseguenza, il diritto di impossessarsi delle ragazze più attraenti.

Allora le madri presero l’abitudine di tatuare i volti delle figlie già in tenera età, con l’obiettivo di renderle meno graziose e proteggerle dagli eccentrici desideri del sovrano.

Questa tradizione è ormai venuta meno, sono rimaste solo alcune donne, per lo più anziane, testimoni di questa usanza che affonda le radici nei secoli passati.

Ora, con il progresso e il miglioramento delle condizioni generali della tribù, non si sente più il bisogno di portare avanti una tradizione così invadente sul corpo delle giovani ragazze.

Il livello di istruzione delle nuove generazioni è migliorato. Sono state costruite scuole dove i bambini, oltre al dialetto locale, possono imparare la lingua Oria e quella Hindi. Questo aiuta a diminuire il lavoro minorile nei campi, riducendo l’analfabetismo e dando più opportunità lavorative e prospettive future ai ragazzi della tribù.

Sebbene questo sia un innegabile passo avanti per la vita dei locali, realizzare che in breve tempo gran parte di questa ricca varietà, così profondamente umana, fatta di usi, costumi e tradizioni, sarà ridotta ad uno ricordo sbiadito, non può che generare in me un sentimento di contraddittoria tristezza.

Il nuovo modello consumista della società occidentale è approdato anche in queste terre remote. Molti giovani stanno lasciando i villaggi in cerca di fortuna nelle grandi città, succubi del grande miraggio collettivo di una vita più confortevole e meno faticosa. 

Le comunita’ indigene possiedono una profonda conoscenza del territorio ed una cultura incredibilmente ricca, tutte queste informazioni hanno saputo attraversare il corso dei millenni facendo affidamento su una trasmissione di tipo orale, mediante storie, leggende, canzoni e danze, mai per mezzo di un qualche supporto scritto.

Le antiche voci che portano in sé la saggezza senza tempo di un passato atavico e selvaggio rimbombano ancora tra le valli e le foreste della regione, ma cosa succederà quando più nessuno saprà porgere l’orecchio a questi esili sussurri?

Il rischio di dimenticare queste culture e identità indigene potrà rivelarsi una grandissima perdita per tutti, non in quanto Bonda, Gadawa o Baliguda, né in quanto indiani, europei o americani, ma semplicemente in quanto uomini.

 

Reportage realizzato da Olmo Fattorini

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