REPORTAGE – Tra i nomadi mongoli della steppa

Nomadi mongoli a cavallo

La Mongolia è un Paese davvero particolare. Da un lato la grande città, Ulan Bator, non è sfuggita alla corsa al progresso dell’era moderna, e scintillanti grattacieli si ergono sovrastando piccoli templi buddisti e alcune ger, le tipiche tende locali. Né lo sono i suoi abitanti, che si sono buttati a capofitto nel consumismo e nel capitalismo, vestono firmato e alla moda, tingono i capelli, mangiano al ristorante e si fermano ore a lavorare al computer nei caffé. Qui vivono circa un milione e mezzo di abitanti, ovvero quasi la metà dell’intera Mongolia, per un Paese che occupa una superficie di 1.500.000 chilometri quadrati. E cosa fanno quel restante milione e mezzo di abitanti?

Ulan bator mongolia

Loro, così come il resto del Paese, sono invece fermi al secolo scorso. In una terra semidesertica come la Mongolia, nelle cui praterie sterminate cresce giusto un’erbetta leggera e una steppa dura e giallastra, gli abitanti non hanno mai potuto dedicarsi all’agricoltura, hanno rinunciato ad una dieta mediterranea secoli addietro in favore di una basata sulla carne e sui prodotti animali, e si muovono con le loro ger attraverso la steppa, alla ricerca di “più verdi pascoli”, in senso letterale. Non ci sono strade asfaltate nella steppa, solo polverosi sentierini. E quindi come da tradizione nomade di tutto il mondo, come gli indiani d’america e come i cacciatori europei, c’è un solo, grande mezzo di trasporto: il cavallo.

nomadi mongoli sella di legno

È un’immagine molto romantica, che evoca epici film e periodi storici ormai persi nelle sabbie del tempo: uomini a cavallo che si spostano con le stagioni e le pioggie, possedendo solo ciò di cui hanno bisogno, vivendo una vita a contatto con la natura in perfetta simbiosi con il proprio fedele compagno a quattro zampe. Un mondo straordinario, tutto da vivere e da scoprire, unico focolaio ancora autentico di questa cultura così immacolata.

Non è facile vivere esperienze del genere senza scadere nell’attrazione turistica: la Mongolia è piena di campi ger per turisti, in cui i clienti possono comunque fare la doccia in un comodo bagno, per non parlare dei bisogni in un vero wc, e consumano il pranzo in una sala ristorante seduti a dei tavoli. A volte addirittura sul terrazzo della tenda (eh sì). Ma le ger vere, i nomadi veri, non sono così. E per trovarli, per vivere con loro, bisogna cercare in modo diverso. Come su Workaway, il sito di scambio di lavoro per vitto e alloggio, dove alcune famiglie nomadi (facendosi aiutare ovviamente da qualche conoscente con una connessione a internet e che parli inglese) accettano volontari per periodi di tempo più o meno lunghi.

bambini nomadi mongoli

L’alta stagione per queste cose è la primavera, quando il bestiame partorisce, ma c’è sempre da fare nella vita di un nomade. E così eccoci qui, nella ger di Jorek, di sua moglie Biamba e della sua famiglia. Ad accoglierci, oltre a lui e alla moglie, 3 bambini. I due più grandi sono maschi, mentre il più piccolo è…be’, è difficile dirlo. Si chiama Kana, ha un viso tondo e paffuto, gli occhi dolci e le sopracciglia sottili da bambina, al contrario dei fratelli. I capelli lunghi sono legati da due ciucci rosa e ai polsi porta braccialetti colorati. Però gira nudo per casa e fuori, giocando nella polvere e nella cacca di cavallo, mostrando a tutti il suo giovane…pisellino. Dopo aver pensato per un’intera settimana che fosse un’ermafrodita e averla chiamata “piccola” in svariate occasioni, abbiamo scoperto domandando in giro che fino all’età di 5 anni circa ai bambini spesso non vengono tagliati i capelli, dando origine a questo fraintendimento. Fa niente, per noi è stata un’adorabile bambina selvaggia per un po’.

Completano la famiglia 3 cani da pastore e un cavallino trovatello, che si comporta come un quarto cane, seguendo la famiglia ovunque e mettendo la testa dentro la ger mentre si cucina – il sogno di qualunque amante dei cavalli!

Ger mongola

La “proprietà” è così composta: due ger, una più piccola adibita a cucina, con la stufa al centro, un letto in legno e qualche sgabello, l’altra più grande, dove si dorme tutti insieme, con due letti e tanto spazio per terra in cui i bambini giocano e dormono. L’interno è bellissimo, ricco di tappeti e decori colorati, e la pelle di pecora di cui sono coperte le pareti è un ottimo isolante termico. Un telo in finto linoleum funge da pavimento, e il tutto, un po’ come la tenda del circo, è fatto per essere smontato e rimontato velocemente, piegandosi su se stesso per essere trasportato comodamente. C’è un pannello solare ma non ci sono prese di corrente, per cui qualunque elettrodomestico è bandito ma c’è spazio per telefoni più o meno moderni, per i quali c’è un’uscita apposita. Il lavandino è un ingegnoso contenitore di metallo legato a un palo, che viene riempito d’acqua e la restituisce poco alla volta grazie ad un rubinetto. La doccia è una bacinella, il wc è la steppa, dove più ci aggrada. Nulla di turistico, insomma, davvero nessuna comodità in più di quelle essenziali. Tranne una TV, che non vediamo mai accesa ma ci ricorda che il mondo esterno è arrivato anche qui.

Nomadi mongoli ger

La vita scorre con un ritmo strano, il caldo dell’estate rallenta mente e corpo nel pieno della giornata, la gran parte delle attività quindi si svolgono all’alba e al tramonto. Tutte scandite dagli animali: mungere le mucche, guardare le capre, radunare le mandrie. E tutte accomunate da un elemento: il cavallo. Il cavallo è il mezzo di trasporto per spostarsi, per svolgere le mansioni, per divertirsi un po’. I bambini fin dalla più tenera età sono in contatto con gli animali, e montano con fiducia e in autonomia già a 4-5 anni. Si vede che é un’attività da uomini (la moglie sta a casa a prendersi cura della ger e dei pasti), ma tutti sanno montare a cavallo, tutti sanno compiere i principali compiti dei nomadi, nessuno ha paura di sporcarsi le mani o di farsi male, men che meno le donne. Soprattutto di farsi male, visto il dolore che provocano le selle mongole.

lazo nomadi mongoli

Sembra assurdo che un popolo di cavalli abbia inventato delle selle de genere, solitamente, come dimostra la monta americana, la seduta diventa tanto più comoda quante più ore si devono passare in sella. Invece no, sembra che a loro piaccia soffrire: la sella è in durissimo e pesantissimo legno, con due palette invece di una, davanti e dietro. Il cavaliere si accomoda dentro questa “forcella”, inserisce i piedi dentro le staffe (tonde e larghe, unite tra loro sotto la pancia del cavallo da una corda) e si ritrova in una posizione degna del fantino di Varenne, ginocchia alte, peso sbilanciato indietro, cosce che urtano contro il legno e il metallo. La scomodità. E quando il cavallo parte, ancora peggio: al suono di “schù” parte al trotto, e tenersi sollevati con le staffe così corte è difficile perché ci si sente troppo fuori dalla sella, quindi si piegano le ginocchia e si ammortizza la corsa, a costo però di un dolore lancinante ai polpacci e alle cosce. Ma i resistenti cavallini mongoli, bassi e possenti come poche altre razze, se ne fregano, e avanzano nella steppa con passo sicuro e veloce.

In una società del genere, così legata ai cavalli, quasi dipendente da loro per la propria sopravvivenza (persino il sottopancia della sella stesso è fatto di crini di cavalli intrecciati), è facile idealizzare questo rapporto. Noi occidentali consideriamo i cavalli come degli animali domestici, soprattutto chi ha la passione per l’equitazione lo considera praticamente un animale sacro, un amico per la vita, a cui dare un nome e da accudire. Ci aspettiamo che qui sia la stessa cosa, che l’amore sia un linguaggio universale. Ma non è così, e sarebbe sbagliato pretenderlo o aspettarselo. Perché qui il cavallo è un mezzo di trasporto, un fedele compagno, ma anche cibo e soldi. E cibo e soldi sono lingue più universali dell’amore!

I nomadi non hanno bisogno di molto, sono praticamente autosufficienti (a scapito però di una dieta equilibrata che comprenda anche verdure), ma per partecipare alle comodità o agli obblighi della società moderna, come la scuola per i bambini, hanno bisogno di denaro. E i cavalli, sotto forma di bistecche, sono anche soldi. Per questo, nella stessa giornata, si può vedere un nomade accudire e coccolare come fosse un cucciolo di cane il puledro che ha perso la mamma, poi cavalcare con leggiadria il proprio cavallo e inserire il morso nella sua bocca con una leggerezza innata, senza doverlo nemmeno toccare per fargli aprire la bocca; e infine vederlo uccidere e scuoiare un intero branco di cavalli, con la precisione e il distacco mentale del macellaio.

nomadi carne di cavallo

Non è facile per noi accettarlo, ma è parte della loro vita. Per questo i cavalli non hanno nomi: non si può dare un nome a qualcosa che, se servisse, diventerebbe la tua cena. Anche il modo di ucciderli, per noi occidentali, può sembrare terribile: non hanno armi quindi nessun rapido colpo di pistola in testa, si legano due corde intorno al naso dell’animale e due persone le tirano in direzioni opposte, soffocandolo. Ci vogliono due o tre minuti perché la bestia esali l’ultimo respiro, minuti in cui si dimena e scalcia con tutta la propria forza. Non è una bella scena da vedere, e ancora meno lo è quello che segue: con attrezzi minimi, nulla più che coltelli da cucina, i nomadi aprono l’animale, lo scuoiano della pelle, ne estraggono le interiora (ci faranno delle rivoltanti salsiccie dopo averle svuotate delle feci), asportano il sangue con un mestolo da cucina e appendono i pezzi di carne a ganci appesi a pali di legno. Ah, e ovviamente ne assaggiano i testicoli appena staccati.

Nomadi cibo mongolo

È un rituale macabro ma eseguito con maestria, in compagnia di altre famiglie nomadi venute a dare una mano, tra una sigaretta e un bicchiere di birra (uno solo, che passa di mano in mano, alla vecchia maniera). Infine, in mezzo a sangue e budella, cacca di cavallo e sputi umani (dato che “scatarrare” sembra essere uno sport nazionale, qui), ci si siede tutti insieme a condividere un bicchiere di vodka (nel senso che si usa sempre tutti lo stesso bicchiere, non che se ne beva solo uno a testa, anzi). È una grande festa nomade, e le mani e i volti sporchi di sangue lo confermano.

nomadi pecora tosata

Ma non è sempre tutto coltelli e sangue, per fortuna: a volte, magari quando non avrebbe senso, dimostrano una pazienza e un’umanità verso i propri animali fuori dal comune. Come quando prelevano una pecora dal gregge per tosarla e, accortisi che ha una brutta ferita infetta, profonda e già piena di vermi, la stendono a terra. “Ecco”, viene da pensare, “questo animale è spacciato, lo uccideranno e sarà la prossima cena”. E invece no, la moglie fuoriesce dalla ger con una specie di pinzetta per le sopracciglia e, con infinita pazienza, estrae uno a uno tutti i vermi dalla ferita. Per poi lasciare libera la pecorella.

doma cavalli nomadi mongoli

La loro sensibilità e bravura nei confronti degli animali si vede anche nel momento della doma dei cavalli. Quello che in Europa è un processo di anni e anni, che inizia con un cavallo poco più che puledro e con graduali avvicinamenti alla sella e alla persona in groppa, qui dura 10 minuti circa. I cavalli selvaggi (anche se sono di proprietà di singole famiglie, girano comunque come fossero completamente liberi) vengono radunati in un recinto, e alcuni di essi, difficile sapere secondo quale principio, vengono separati dagli altri. Vengono lasciati un paio di giorni a calmarsi e ad abituarsi alla presenza dell’uomo, liberi ma con tre zampe legate così che non possano allontanarsi troppo. E poi, in un caldo pomeriggio, vengono domati. Infilare il morso è stranamente facile, aprono la bocca senza troppe lamentele. Mettere la sella è più difficile: un nomade tiene il cavallo per le orecchie, l’altro sistema il pezzo di legno sulla schiena. Poi, dopo aver liberato con attenzione le zampe, è il momento di salire: per qualche istante nessuno si muove, il nomade è in sella, il cavallo con le orecchie appiattite contro il collo è confuso. Poi l’uomo tira una manata sulla schiena dell’animale per farlo muovere, e inizia il rodeo: salti a quattro zampe, impennate, sgroppate, scarti. Sembra di vedere uno show sul toro meccanico, manca solo il cappello da cowboy. Questo spettacolo dura pochi minuti, mentre il cavallo cerca di disarcionare il cavaliere. Poi niente, d’improvviso si ferma, calma piatta. Umano e cavallo ansimano pesantemente. Lui scende, sale un altro nomade, e il cavallo, ormai domato, li lascia fare. E’ ora di andare a radunare le vacche: cavallo e cavaliere partono al galoppo, in perfetta coordinazione, e la scena di pochi minuti prima sembra non essere mai avvenuta.

Cibo nomadi mongoli

 

Tra un’uccisione e l’altra, un pasto e l’altro, un lavoro e l’altro, una cosa sola non si può mai mettere in discussione dei nomadi mongoli: la loro ospitalità. Essere in grado di accogliere degli estranei nella propria casa, senza parlare una parola in comune, rendendoli partecipi della propria vita e del proprio lavoro senza riserve, non è cosa da tutti. E sebbene in certe occasioni avremmo preferito dimostrassero la loro ospitalità in altro modo (come quando hanno catturato, scuoiato e cucinato dall’interno una marmotta, per farci assaggiare il loro piatto più tipico), la capacità di queste persone che all’apparenza posseggono così poco di offrire tutto, ci ha colpito profondamente.

Li salutiamo con delle amichevoli pacche sulle spalle, un tentativo di bacio all’italiana finito in maniera imbarazzante e grandi sorrisi. Non sappiamo cosa pensino di noi, se siano soddisfatti del lavoro svolto, se si siano resi conto che tenevamo il cibo in mano e uscivamo di nascosto a darlo al cane…ma sappiamo per certo che noi non dimenticheremo mai questa esperienza.

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