Tornare a casa aiuta a capire perché era stato necessario partire

tornare a casa

La data di oggi sembra essere indissolubilmente legata ai viaggi, per noi.

 

Era l’11, anche se di luglio, il giorno in cui abbiamo messo piede su quell’aereo per Mosca che sanciva la realizzazione del nostro sogno.

Da lì in poi, tutto era possibile: partivamo per il nostro viaggio solo andata. Avremmo potuto stare via 3 mesi come 10 anni.

Era il mondo delle infinite possibilità, e non ci eravamo mai sentiti così liberi, né così spaventati.

 

Avevamo salutato la nostra famiglia e gli amici di una vita, senza sapere quando li avremmo rivisti.

Mollato un lavoro sicuro per l’incertezza di dei sogni che ancora non avevano nemmeno una forma ben chiara, solo un vago profumo di libertà.

Davanti a noi una programmazione minima, un po’ di risparmi, poche certezze e tanta eccitazione.

Non mi sono mai sentita così viva in vita mia.

 

A volte vorrei avere la sfera di cristallo, per vedere come andrà la mia vita prendendo una determinata decisione.

In quell’occasione, però, non avrei voluto: il fatto di non sapere cosa sarebbe diventata la nostra vita era l’aspetto più eccitante di tutti, e lo era proprio perché era terrificante.

guardare fuori dal finestrino aereo

Tornare a casa fa più paura che partire

Era di nuovo l’11, ma di dicembre, quando la vita ci ha riportato a casa.

La decisione era arrivata circa un mese prima, ma casualmente la data del volo era quella. Quando ce ne siamo resi conto, non abbiamo potuto trattenere una risata. C’è del diabolico nei casi della vita, a volte.

Chi ci conosce sa i motivi che ci hanno spinti a tornare a casa. Sono tanti e variegati, ma alcune responsabilità a casa chiamavano, e non ci sentivamo di non rispondere.

A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se non l’avessimo fatto…a volte vorrei tornare indietro e rimangiare quella decisione, tornare a vivere come in quel periodo, uno dei più belli, intensi, folli della mia vita.

 

Quel giorno, l’11 di dicembre, guardavo fuori dal finestrino pensando al bel clima caldo e soleggiato che lasciavamo in Thailandia, per tornare nel gelo dell’Italia invernale.

E avevo paura.

Avevo ancora più paura di quando sono partita, forse. Perché se mentre partivo avevo paura dell’ignoto davanti a me ma mi sentivo forte, tornando avevo il terrore del noto davanti a me e di ciò che non volevo tornare ad essere.

 

Da quando ero partita, ero diventata migliore.

Mi piacevo sotto ogni punto di vista più di prima. Avevo abbandonato certe abitudini, certe velleità, e mi sentivo rinforzata dalla lunga strada dietro di me, in grado di affrontarne altrettanta.

Avevo scoperto di credere nel destino, vedendo come tutti i singoli tasselli della nostra vita, del lavoro e del viaggio erano andati al posto giusto senza alcuno sforzo.

Finché ero in viaggio ero qualcuno, ero forte, ero una sognatrice.

Tornata a casa, chi ero?

Una sfigata senza soldi e senza lavoro, che non voleva nemmeno cercarlo.

Avevo i miei pochi clienti di cui ero molto soddisfatta, ma i soldi che portavo a casa andavano giusto bene per tamponare le uscite dal conto in banca mentre viaggiavo, non per vivere una vita a Milano.

E non volevo per nessun motivo tornare a casa a fare quello che facevo prima: alzarmi ogni mattina, pigiarmi nel casino della metropolitana all’ora di punta con ancora gli occhi di sonno, spendere 8 ore in ufficio senza avere il controllo del mio tempo, dimenticarmi delle mie passioni e dei miei sogni fino al weekend successivo.

Odiavo quella persona, odiavo quella versione di me. E avevo il terrore di tornare ad esserlo.

 

In quell’occasione sì che avrei voluto la sfera di cristallo.

Quella paura non mi piaceva, ogni istante che mi avvicinava a casa mi sentivo più agitata, avrei solo voluto far voltare l’aereo e tornare indietro.

Avrei dato un braccio per sapere come sarebbe andata avanti la mia vita da lì in poi, sapere se avrei trovato o meno un posto nel mondo.

tornare a casa a natale

Una volta fatto il primo passo, non si può più tornare ad essere quelli di prima

Oggi è passato un anno da quella data. Un anno esatto, sempre l’11 dicembre, e siamo di nuovo su un aereo. Di nuovo che torniamo verso casa. Di nuovo che passiamo da un clima estivo e soleggiato, quello delle Canarie, al freddo umido del periodo pre-natalizio in Italia.

 

Ma questa volta, non abbiamo paura.

Adesso, la sfera di cristallo non la vorrei più. Perché ho capito che davvero esiste un destino, un percorso, e che una volta che ci si mette a percorrerlo, da qualche parte in fondo si finisce per arrivare.

Il problema si pone quando si sta fermi a guardare la porta, senza avere il coraggio di fare il primo passo, per paura che il cambiamento possa portare a un peggioramento invece che a un miglioramento.

Se si resta lì, si continua a girare nella stessa stanza, facendo le stesse cose, allora non si riesce a vedere nessuna strada.

Sembra che non ci sia una logica, una direzione da seguire, si aspetta un segno, o un momento migliore, o qualcuno che ci aiuti a realizzare i nostri sogni.

Ma ho capito che, non appena si fa il primo passo, si riesce a intravedere il secondo. E poi, il terzo è improvvisamente vicinissimo. E il quarto. E così via.

E quando ci si volta indietro, lo si vede chiaramente, il sentiero. Era solo una questione di prospettiva. Prima era nascosto, ma è sempre stato lì.

 

Noi quei primi passi li abbiamo fatti ben più di un anno fa, ormai.

Abbiamo accettato l’ignoto, cercato il cambiamento, investito su noi stessi. Quello è stato il primo, quasi invisibile gesto.

Quando eravamo in viaggio le opportunità arrivavano senza nemmeno che dovessimo cercarle, e ho creduto che fosse il viaggio stesso a essere il motivo per cui tutto funzionava così bene.

Tornando, quindi, ho avuto paura. Il terrore di rompere una specie di sortilegio, una strana chimica che funzionava solo fintanto che tutti gli elementi stavano in equilibrio.

Che in Italia non fosse più possibile, che l’unica vita che ci fosse in attesa fosse quella che avevamo lasciato.

 

Ma la verità è che non è così.

Una volta che fai quel primo passo, non puoi più tornare indietro.

Certo, fisicamente puoi farlo: puoi tornare al punto di partenza, riprendere a fare le stesse cose, a volte sentirti anche come se non fossi mai partito. Ma nulla è uguale, a parte il luogo.

È tutto diverso. TU sei diverso. E non puoi più fare finta di niente.

In quest’anno, sono successe tante cose. Ci sono stati tanti altri viaggi, certo meno lunghi e intensi, ma forse ancora più belli.

Perché potevamo andare e tornare quando volevamo, perché nessuno poteva chiederci di aspettare le vacanze estive, o i weekend.

Il blog ha continuato a crescere, a darci soddisfazioni, fino a portarci anche delle entrate e farci capire che stavamo construendo qualcosa di bello. Qualcosa di forte. Qualcosa che andava nella direzione giusta.

E il lavoro…il lavoro, così come ha iniziato ad arrivare in viaggio, ha continuato ad arrivare una volta tornati.

Anzi è cresciuto, fino a diventare a volte troppo, fino a richiedere che certe volte mi guardassi dentro e mi domandassi: “ehi, ma è per tornare a ridurmi così che ho fatto tanta fatica?”.

E quando la risposta era no, allora era semplice: quel capitolo andava chiuso. E non ho più avuto il minimo tentennamento a farlo.

 

Perché il punto è questo.

Una volta che capisci che la tua vita può essere semplice, bella, piena, non vuoi più accontentarti di nulla di meno.

Certo, nessuno può vivere per sempre nel paese dei balocchi.

Viaggiare a tempo indeterminato è bello, ma arriva un momento in cui ti chiedi dove stai andando.

In fondo, vedere tutti i Paesi del mondo sarebbe impossibile, a meno di non fare una di quelle assurde sfide da record. Ci sarà sempre qualcosa che avresti voluto vedere, qualche posto in cui vorresti tornare per starci di più, quello a cui devi rinunciare per un motivo o per l’altro.

Quindi il punto non è vedere tutto. Il punto è costruirti la possibilità di farlo.

Di essere autonomo, di vivere la vita che vuoi vivere, di guardarti allo specchio e sentirti soddisfatto di te.

Forse quindi, per farlo, non serve essere in Thailandia, o in Australia.

Forse, poter passare una settimana a Milano e due nelle Marche è già felicità.

Questo viaggio a Lanzarote non ha fatto che dimostrarcelo: in un periodo complicato con il lavoro, nonostante ormai non sappiamo più nemmeno cosa sia un ufficio e un orario fisso, avevamo paura a partire per un viaggio.

Perché è la nostra tendenza naturale: una volta tornati nell’abitudine, uscirne fa di nuovo paura.

Ma è tutto nella nostra testa, e non c’è praticamente nulla che non si possa affrontare mano a mano che arriva. Fasciarsi la testa serve solo a rendere più complicate le decisioni da prendere.

 

La paura che sentiamo prima di fare un gesto di coraggio, è quella cosa che tiene attaccate a terra la maggior parte delle persone, a combattere per il proprio misero pezzettino di terra, e che quindi permette a chi ha il coraggio di saltare di riuscire a spiccare il volo in un cielo libero e sgombro.

 

Oggi è l’11 dicembre.

Oggi è passato un anno dal nostro ritorno a casa.

Oggi mi guardo indietro e vedo chiaramente il sentiero che ha portato fin qua.

Davanti a me non vedo ancora nulla, sembra che non ci sia più una strada, ma ormai ho capito il trucco: basta continuare a muoversi.

Non so se riuscirò a realizzare tutto ciò che desidero nella vita, ma non importa, perché è successa una cosa bellissima:

non ho più paura che non sia così.

Così ho sconfitto l’ansia per il futuro.

 

 

Buon anniversario a noi, e a voi che ci state ancora seguendo in questa splendida avventura. Ti sei mai sentito così? Hai mai avuto la sensazione che ci fosse un sentiero, ma di non poterlo vedere finché non lo percorri?

Raccontacelo nei commenti.

 

Un abbraccio,

Ilaria e Marco

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