Com’è veramente visitare l’India: la mia storia di amore e odio

È la seconda volta che visito l’India. Ed è la seconda volta che, quando la lascio, provo una strana sensazione. Si potrebbe definire forse…leggerezza?

Sì, forse sì. Ma c’è anche qualcos’altro. Come un senso di nostalgia.

La sensazione di assaggiare un piatto agrodolce e non riuscire a distinguere i sapori, né capire se ti piace o meno. È qualcosa di strano da definire, ed è per questo forse che è così difficile descrivere l’India.

 

Quando, prima di ritornarci, le persone mi chiedevano se non vedessi l’ora, non riuscivo a rispondere con un sì di slancio, quel sì che invece mi viene solitamente automatico prima di ogni aereo. Perché quel sapore agrodolce me lo ricordavo bene dall’ultima volta. E anche il sollievo un po’ nostalgico di quando l’avevo lasciata.

E ora, ora che per la seconda volta saluto le sue strade polverose, il suo traffico rumoroso, i suoi Chai tea, gli occhi grandi dei bambini con i vestiti stracciati…

Ora che questo senso di confusione di sensazioni mi coglie di nuovo, voglio provare a rispondere alla domanda che più spesso mi è stata fatta sull’India da chi non la conosce:

 

Ma l’India, com’è?

L’India è un pugno allo stomaco.

È quel primo senso di smarrimento quando arrivi e le orecchie ti si riempiono del suono dei clacson e il naso del suo tipico odore.

Un odore unico, odore di samosa, di spezie, di curry. Ma anche di polvere, di benzina, di piedi scalzi. L’odore della pelle degli indiani, che sembra essere fatta degli stessi alimenti che mangiano. L’odore dei prodotti che utilizzano per pulire, che sembrano essere gli stessi che usano per cucinare, in un unico grande circolo olfattivo.

india mucca nel traffico

L’India è una contraddizione interna.

È vedere come loro utilizzino i finestrini dei treni come cestini dell’immondizia, ma che se provi ad accenderti una sigaretta in stazione all’aperto vieni linciato.

È togliersi le scarpe prima di salire sulle cuccette superiori dei treni, e non farsi problemi a farteli poi penzolare in faccia.

Sono i templi riccamente decorati ad ogni angolo, proprio accanto a catapecchie che a malapena stanno in piedi. E le migliaia di divinità che sugli altari hanno cibo in abbondanza, mentre nei piatti dei loro vicini non c’è nemmeno abbastanza riso per tutte le bocche.

È lo sguardo truce e severo che ti riservano gli indiani se hai l’ardire di incrociare i loro occhi scuri, e che ti fa immediatamente sentire piccola piccola.

Ti viene voglia di nasconderti, di scappare lontano, di coprirti di strati e strati di vestiti finché nemmeno la tua ombra sia più visibile. Eppure sai di essere vestita in modo appropriato, le ginocchia e le spalle sono coperte, che paradossalmente qui la parte che una donna può mostrare liberamente è quella tra il seno e l’ombelico.

sguardo indiano

Ma siccome non puoi sfuggire a quello sguardo terribile, allora provi a nasconderti dietro un timido sorriso.

E d’improvviso quella faccia rabbiosa, che sembrava pronta a riempirti di insulti, si apre in una smorfia.

La pelle rugosa si tende, si ingrinzisce intorno alle labbra, si stende sulla fronte. Gli occhi si strizzano, e spunta qualche dente (e qualche buco nero, dove quelli mancano).

No, aspetta, non è una smorfia: è un sorriso. Il sorriso più buono e amichevole che tu abbia mai visto, ed è tutto per te.

 

L’India è una complicazione unica.

Dal momento in cui scendi dall’aereo, inizi a combattere.

Combatti con i tuktuk che ad ogni angolo iniziano a seguirti e non se ne vanno nemmeno davanti ai tuoi insistenti no, non mi interessa. Non sono mai stata in nessun posto al mondo in cui abbia avuto meno difficoltà a trovare un mezzo di trasporto, non importa l’ora né il luogo, di questo bisogna dargliene atto.

Combatti con i tassisti che cercano di chiederti tre volte tanto per ogni tratta. Combatti con i venditori ambulanti, che sembra tu non possa vivere senza i loro prodotti. Ogni conversazione sembra ridursi a una contrattazione di prezzo, e loro sono sempre molto molto più bravi di te.

Combatti con gli sconosciuti per strada, perché non riesci mai a capire se il tuo nuovo amico, che si è fermato ad aiutarti a trovare la strada, sia genuinamente interessato; oppure se voglia solo portarti dal cugino del fratello che vende sete e tessuti.

Combatti con il wc, perché il tuo stomaco nonostante il bombardamento di fermenti lattici e anti diarroici, nonostante la tua attenzione psicotica nei confronti dell’acqua non in bottiglia e della verdura cruda, non sembra proprio essere in grado di adattarsi ai curry indiani.

Combatti soprattutto con te stesso, ogni volta che ti volti e attaccato ai tuoi pantaloni c’è un bambino dagli enormi occhi tristi, vestito di stracci, con la manina tesa verso di te e l’espressione di un piccolo martire. E tu combatti con tutto te stesso per ricordarti che pochi metri dopo ce ne sarà un altro, e poi un altro, e che non puoi salvare un intero paese di bambini in miseria.

bambini poveri india

L’India è una scoperta costante.

È quel momento in cui incroci lo sguardo di uno sconosciuto, e lui ti fulmina con degli incredibili occhi verdi che sembrano brillare sulla carnagione scura.

È la strana sensazione di essere osservata mentre cammini, o anche peggio, seguita. Che quando ti siedi su una panchina per riposarti un attimo, e un gruppo di ragazzi con finta nonchalance si mette a farsi selfie davanti a te, si trasforma in certezza. E mentre inizi a chiederti se sia il caso di defilarti, uno di loro con estrema timidezza ti si avvicina e ti chiede se può farsi una foto con te.

Non riesci neanche a rispondere per la sorpresa, che ti ritrovi circondata da ragazzi che ti si stringono intorno per entrare tutti nella foto. E poi un altro gruppo, e un altro, e un altro ancora. E mentre la tua bocca comincia ad avere i crampi per i sorrisi, ti rendi vagamente conto che si è formata una fila

ragazzini india

È la capacità degli indiani di capirti e farsi capire se vogliono ottenere qualcosa. Sono in grado di parlare qualsiasi lingua, non fosse altro quella dei segni, pur di arrivare a comunicare con te.

Ma non provare a fare una domanda che abbia come risposta sì o no, perché ti perderai in un dondolio di teste senza fine.

Quel gesto così semplice ma assolutamente irriproducibile se non sei indiano è l’elemento che ti accompagnerà in ogni situazione.

Un movimento ondulatorio che potrebbe essere sì come no, come uno stiramento del collo o anche un’indicazione direzionale. E loro lo utilizzeranno immancabilmente per ciascuno di questi scopi.

E tu rimarrai li, a guardare quei grandi occhi sorridenti, l’espressione di chi ti ha dato la risposta a tutti i dubbi della vita, e non saprai mai qual era quella alla tua domanda.

 

L’India è un senso di stretta allo stomaco.

E no, non solo per la sensazione del perenne malessere intestinale.

Lo senti mentre ti muovi nel folle traffico indiano, tra clacson e urla, tra mucche e persone, tra motorini usati come macchine familiari e tuktuk che trasportano persone anche sul tettuccio.

Lo senti mentre cammini e ti ritrovi a passare in una zona particolarmente brutta, con tutti gli sguardi addosso, e poi scopri che sono solo tutti molto curiosi dei tuoi capelli biondi.

E davanti a un tuo timido sorriso vieni praticamente adottato, riempito di cibo e cure da chi non ha assolutamente nulla. A quel punto no, non puoi proprio rifiutare quel piatto di riso che ti offrono con gioia, sistemato con le mani sporche dall’amorevole mamma nella sua catapecchia.

E mentre lo mangi e senti lo stomaco stringersi ulteriormente, decidi che quel momento vale la pena di ogni diarrea.

slum india

L’India è l’arte dell’attesa.

È sapere quando partirai ma mai quando arriverai. Anzi nemmeno quando partirai. È un luogo dove i treni partono in ritardo dalla stazione iniziale perché una mucca ha deciso che si trovava bene sulle rotaie.

In India, non c’è solo la tua volontà e quella della persona davanti a te. C’è anche quella della divinità, e ce ne sono migliaia e migliaia a cui rendere conto. E quella delle mucche, che probabilmente sono quelle che hanno l’ultima parola più spesso.

È sapere che devi andare da A a B, ma accettare con serenità che tra questi succederanno infinite cose e complicazioni. E che probabilmente ti ritroverai in C, ma che in qualche strano modo andrà bene così!

india bambina triste

L’India è odio.

È aver voglia di staccare le orecchie per toglierti il suo casino dal cervello.

È desiderare che tutti i guidatori di tuktuk scompaiano, e magari anche tutte le altre persone, giusto per 5 minuti.

È non voler più mangiare un solo curry in vita tua.

L’India è amore.

Voglia di abbracciare lo sconosciuto per strada che ti ha regalato il suo sorriso sdentato.

Voglia di un altro Chai, e di provare l’ennesimo curry perché ne fanno semplicemente così tanti diversi che non puoi resistere.

È ridere come matti dopo una contrattazione selvaggia con un tuktuk in cui hai vinto tu, è accorgerti che non c’è rancore nella loro aggressiva danza economica.

È iniziare a sentire calma nel caos, melodia nei clacson, chiarezza nel dondolio della testa, pace nel tuo stomaco sottosopra.

piede indiano Holi festival

L’India è oscillare costantemente tra tutte queste cose, tra questi due sentimenti.

È un continuo, infinito rollio sulle onde del momento, scoprendo quanto può essere volatile il tuo sentimento verso questo Paese.

È non veder l’ora di andartene, di tornare a respirare e ascoltare e mangiare in maniera normale. È non vedere l’ora di ritornare, sapendo che ogni singola cosa, ogni viaggio sarà un continuo confronto con quanto hai vissuto qui.

E che si può fare tutto in India, davvero tutto, tranne evitare di rimanerne affascinati.

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