REPORTAGE: il lungo trekking verso l’Everest

trekking verso l'everest

Verso il tetto del mondo

Il resoconto giorno per giorno di Ilaria delle nostre due settimane di trekking verso l’Everest. Tra informazioni, emozioni e voglia di farcela.

 

Giorno 1 – 14 ottobre 2017 (Kathmandu to Lukla)

Vorrei poter dire qualcosa su questo primo giorno verso l’Everest. Ma la verità è che non c’è molto da dire, se non che non ci hanno fatto volare. Maltempo e piccoli aerei non vanno d’accordo. Se poi ci si aggiunge una pista lunga la metà di quelle convenzionali a strapiombo sul nulla a 3.000 metri sul livello del mare, non sono troppo dispiaciuta che siano stati così previdenti.

Però è come una visita medica: sai che starai meglio, sai che la vuoi, ma ti fa anche paura. E più l’attesa si prolunga, più questo stato di ansiosa e trepidante attesa diventa intollerabile. Non vedo l’ora di essere lassù, lontana da tutto ciò che è normale, dalle macchine, dalle docce, dal wifi. Un tassello in più nel viaggio alla scoperta di quanto poco basta per essere felici. Lontana da tutto ciò a cui sono abituata, anche dall’ossigeno. E questo mi spaventa. Mi sono imparanoiata talmente tanto sul mal d’altitudine che ora mi sembra di soffrirlo anche a Kathmandu. Bene, è giusto così, bisogna essere preparati. Ma dall’altra parte, ne ho talmente paura che temo di finire per auto-causarmelo.

Conosco il mio corpo e la mia mente: non sono allenata, non posso definirmi una sportiva. Ma ho un corpo di ferro e una determinazione ancora più dura, e quindi in qualche modo me la cavo sempre. E quel modo, di solito, è affrettarmi. Ogni volta che sono in una condizione faticosa, spingo il mio corpo al massimo per affrettare le cose e raggiungere il piacere alla fine della fatica. Mi viene da fare così, e lo faccio senza nemmeno rendermene conto. Esattamente così ho fatto con lo scialpinismo, ed esattamente così stavo per sputare un polmone. Ma non me ne rendo conto, è semplicemente come il mio corpo e la mia mente trovano un punto d’incontro.

Ma in questo caso, un atteggiamento del genere significa sconfitta sicura: l’unico modo per sopravvivere a 5.000 metri è andare piano. Anzi pianissimo. E bere (ho già detto che non bevo mai se non durante i pasti?). Insomma, il contrario di me. Il contrario di ciò che sono. Riuscirò a ricordarmene e a controllarmi lassù, a 5.000 metri? O mi farò galvanizzare come sempre dalla bravura del mio corpo a reagire, e mi ritroverò a dover scendere in fretta e furia con la testa che esplode?

 

Non lo so, ma stiamo per scoprirlo. Sempre che ci lascino partire davvero.

 

Giorno 1 -veramente!-, 18 ottobre (Lukla to Phakding)

Siamo tornati all’aeroporto anche il giorno dopo, speranzosi, approfittando del pomeriggio in più che ci era stato concesso per prelevare più soldi, visto che non si sa mai cosa può succedere quando non c’è un atm per 3 settimane. Ma anche il giorno dopo siamo tornati a casa dopo una bella corsa in taxi, questa volta alle 6 del pomeriggio. C’eravamo andati così vicini: abbiamo fatto il check in (se un tizio forzuto che viene a prendere i tuoi zaini su un carretto puo definirsi check in), siamo saliti sul bus per andare all’aereo, eravamo lì davanti…E poi niente, tutti a casa, troppo tardi per volare a Lukla ormai. Una delusione! Ma vediamo il bicchiere mezzo pieno, abbiamo approfittato dei due giorni in più a Kathmandu (eh sì, questa volta volevamo un volo la mattina presto!) Per svuotare gli zaini di un po’ di peso, visto che ci eravamo già resi conto che 15kg erano decisamente troppi. Incredibile quanto si riesca a ridurre il peso togliendo cose che di per sé non pesano niente: il cuscino gonfiabile, i sandali, le scatole delle medicine.

 

Bene, quindi eccoci al 18: sveglia alle 5, taxi alle 6, volo alle 7. Decollato effettivamente alle 9 passate, e questo fa capire quante poche speranze avevamo di riuscire a partire con un volo programmato per le 10. L’aeroporto di Kathmandu è ridicolmente piccolo: una sola pista per i voli internazionali e per quelli locali, e migliaia di escursionisti che in alta stagione cercano di prendere l’aereo.

I 170$ di volo valgono la pena solo per il tipo di aereo su cui si sale: un trabiccolo da 15 persone, con i piloti giusto davanti a te e una visione perfetta della plancia di comando e del panorama di fronte. E che panorama! Da una parte le colline terrazzate, bellissime, che quasi sembrano disegnate. Dall’altra (ovviamente non quella da cui eravamo seduti noi) le montagne. E che montagne. Strati su strati di montagne sempre più alte, le prime verdi, le seconde marroni, le terze nere e poi…Poi loro, l’ultima fila, bianca e svettante come un sorriso luminoso. Incredibilmente belle. E poi la pista.

 

Se hai paura di volare non puoi proprio prendere questo aereo. Ogni folata di vento lo sospinge come un giocattolo, con vuoti d’aria degni delle migliori montagne russe. E, in questa lattina con le ali, si deve atterrare su una pista cortissima, furbamente posizionata in salita per aiutare la frenata. Una pista che sembra finta, e che si vede perfettamente mentre si atterra. In tutta la sua ridicola lunghezza. Non a caso quello di Lukla è stato definito l’aeroporto più pericoloso al mondo. Insomma, mai l’applauso all’italiana è stato più meritato alla fine di un atterraggio!

trekking verso l'everest

E via, ci si mette subito in cammino – gradini su gradini per scendere dai 2800 metri di Lukla ai 2600 di Phakding. Il modo migliore per acclimatarsi e abituarsi all’altitudine. Peccato che ogni gradino sceso andrà poi risalito senza pietà!

 

Già dopo pochi metri di camminata ci si rende conto di essere su un altro pianeta. Il traffico delirante di Kathmandu è scomparso, motorini, risciò e auto sostituiti da…yak! Per la precisione, treni-yak, ovvero molti yak uno dietro l’altro che avanzano scuotendo le enormi corna carichi di valigie e borsoni degli escursionisti. Più scenografici ma altrettanto pericolosi. Pare che muoia più gente sull’Himalaya scaraventata giù dai ponti da questi possenti animali che per qualsiasi altro motivo. Il secondo motivo di traffico, oltre ai turisti di tutte le età e i paesi, sono i Porter. Più o meno carichi come gli yak, si arrampicano su queste montagne portando il peso sulla fronte. No, non sopra la testa. Appeso sulla schiena, tenuto fermo con la fronte. Doloroso e scomodo solo a guardarlo! Salgono spediti in salita, superandoti mentre sputi un polmone, e scendono di corsa in discesa, nel migliore dei casi indossando delle usuratissime infradito. Insomma, WTF?!?

 

Per noi invece è un’altra storia. Si cammina concentrati, per ora possiamo concederci il lusso di andare alla solita andatura visto che la quota lo permette, ma meglio abituarsi in fretta a rallentare il passo forzatamente. Finché Marco non si volta ed esclama: “Ila, guarda!”. Indica un punto in alto, alla mia destra. Alzo lo sguardo e…woooow! Il primo profilo di una montagna innevata svetta sopra le nostre teste, spunta appena dalla montagna più bassa che ci sovrasta. Bellissimo. Ma l’ammirazione dura poco: guardando in alto, non vedo un sasso sporgente davanti a me e in un secondo sono per terra, faccia avanti come da migliore figura di merda. Il dolore al polso che provo ancora adesso scrivendo (e meno male che la macchina fotografica appesa al collo ne è uscita indenne) mi ricorderà per parecchio tempo che in montagna bisogna guardare per terra. Un vero peccato e una sfida enorme in un posto del genere, con questi giganti bianchi che fanno capolino ogni pochi metri.

 

La sera mangiamo e dormiamo in uno dei rifugi lungo la strada, anche se definirlo rifugio è riduttivo: camera privata, toilette, doccia. Cosa ci aspetterà salendo? Quando sarà l’ultima doccia calda? Quando l’ultima traccia di internet? Quando il freddo la notte sarà intollerabile? È una salita verso l’ignoto, verso i limiti del proprio corpo e del proprio spirito. Alla scoperta di quanto poco serve per vivere. A partire dell’ossigeno.

 

Giorno 2-3, 19 e 20 ottobre ( Phakding to Namche e trekking di acclimatamento)

La salita verso Namche è estenuante. Non tanto per la fatica, ma perché ogni cellula del tuo corpo è concentrata per non affrettare il passo, per non respirare con la bocca (la temibile tosse di Khobu è in agguato, pronta a rendere le salite ancora più difficili), a bere ogni pochi metri per mantenere alta l’idratazione, insomma tutti i passi da fare per prevenire questa benedetta altitude sickness. E poi sì, anche la fatica; sembra che in questa regione non si riesca ad andare da A a B senza fare il triplo del dislivello reale a causa dei sali-scendi. L’ultima ora e mezza poi è una continua salita, che culmina in un ponte sospeso molto in alto (sopra un altro vecchio ponte, in effetti) sopra il fiume con viste da brivido sulla Valle.

prima vista sull'Everest
prima vista sull’Everest

Quando finalmente arrivi a Namche, ti ritrovi in un posto assurdo: si chiama Namche Bazaar mica per niente, è un presepe di case con il tetto blu in un anfiteatro naturale, incastrato tra alte montagne bianche. Ma è anche uno dei posti più turistici della valle, e i prezzi, già più alti a causa dell’altitudine, sono ingiustificatamente gonfiati. Ci sistemiamo in uno dei primi lodge che troviamo, ma per cena decidiamo di arrampicarci un po’ fuori dal centro alla ricerca di qualche posto più caratteristico. Troviamo la classica tea house che stavamo cercando: una vecchia casa con un grande salotto che circonda una stufa, cibo fatto in casa, prezzi onesti e solo nepalesi all’interno. Ceniamo lì, consapevoli che i nostri albergatori non saranno contenti del fatto che evitiamo di pagare la loro costosissima cena. E sarà forse per questo che il mattino dopo ci sentiamo dire che non hanno posto per la seconda notte, che dobbiamo passare qui per motivi di acclimatamento. Poco male: se vogliamo avere un’esperienza autentica, questa è l’occasione giusta! Prepariamo gli zaini e ci arrampichiamo dalla nostra cuoca della sera prima, chiedendole se ha posto per dormire. Spalancando gli occhi per la sorpresa ci dice di sì, ma che di solito da lei dormono solo nepalesi. Sorridiamo e le rispondiamo che non vediamo la differenza tra loro e gli italiani! E così ci prepariamo a passare la nostra seconda notte a Namche e l’ultima nella civiltà in una vecchia casa di legno, condividendo uno stanzone al secondo piano con porter e guide nepalesi, dormendo per terra sui materassi.

Namche Bazar in tutta la sua bellezza
Namche Bazar in tutta la sua bellezza

Ma prima, dobbiamo riempire la nostra giornata di acclimatamento! E quale modo migliore di una gita ai villaggi sherpa che circondano Namche? Una passeggiata tranquilla, per quanto può essere tranquilla una passeggiata sull’Himalaya. Ci arrampichiamo come capre, anzi come yak, fino a questo villaggio adagiato sotto una piccola montagna (di nuovo, piccola per gli standard locali). Troviamo un’altra locanda tipica nepalese e pranziamo, e mentre ce ne stiamo accoccolati lì dentro il tempo fuori inizia a scurirsi. Quando usciamo ci ritroviamo immersi nelle nuvole basse che riducono la visibilità a pochi metri (alte per i canoni normali, ma basse per la nostra altitudine!). Un po’ sorpresi e preoccupati per questa mancanza di visibilità, ci affrettano verso Namche, ma in qualche punto perdiamo il sentiero e ci troviamo a seguirne un altro, che ci porta decisamente fuori rotta. Ci ritroviamo poco dopo a osservare quella che è la strada principale, su cui dovremmo essere, un centinaio di metri sotto di noi. E il sentiero che le collega non è certo una passeggiata. Nemmeno gli yak ci si avventurano, ma ci guardano sorpresi con i loro occhi bovini mentre scendiamo culo a terra verso la strada. Insomma, una deviazione fuori programma che ci ha garantito un po’ di adrenalina, visto che tentare di raggiungere il campo base dell’Everest non è abbastanza!

 

Finiamo il pomeriggio e la serata nel nostro nuovo “hotel”, chiacchierando con la guida nepalese seduta accanto a noi che così, in tranquillità, ci racconta che ha scalato l’Everest due volte e ci dice delle peripezie che affrontano gli sherpa per riuscire a mandare i turisti occidentali sulla cima di quello che loro considerano il loro dio. Un uomo che ha scalato le vette più alte e che, in questo sentiero così democratico, condivide con noi una vecchia panca di legno e una tazza di tè. Storie di ordinaria amministrazione tra le vette dell’Himalaya.

il nostro lussuoso hotel a Namche
il nostro lussuoso hotel a Namche

 

Giorno 4, 21 ottobre 2017 (Namche to Tengboche)

Lasciare Namche è come lasciare l’ultimo porto sicuro prima del mare aperto, terrificante. Sopra ci sono freddo, ghiaccio, costi sempre più elevati, mal di testa e notti con poco sonno. Sotto…Sotto c’è tutto ciò a cui siamo abituati e che conosciamo, ma è per questo che siamo qui, no?

 

Lungo il percorso incontriamo la solita bellissima moltitudine di gente. È incredibile pensare che aura di mistero circondi l’Everest,e quanta gente invece ogni anno arriva al suo base camp. È uno dei trekking più percorsi al mondo, con circa 32mila persone che ogni anni (per la maggior parte in questa stagione, come non si fa fatica a notare) lo percorrono. Insomma c’è traffico.

Incontri himalayani
Incontri himalayani

Ma il bello è il tipo di traffico: oltre a porter e yak, di cui abbiamo già parlato, c’è davvero ogni età, ogni genere, ogni nazionalità su questo sentiero. Si vedono bambini indiani che a 8 anni potranno dire di aver “scalato” l’Everest. Ultrasessantenni che realizzano il sogno di una vita. Mamme e papà con i bambini che ancora non camminano negli zaini. Ragazze talmente sovrappeso che la cintura dello zaino crea due grosse ciambelle sulla pancia tipo omino Michelin. Ragazzi allenati con tutti i vestiti North face e altri che fumano durante le pause lungo il percorso. Ogni genere di persona, in cerca della realizzazione di un sogno chiamato Everest.

 

Un sogno che poi, a ben guardare, non è niente di così speciale. Per cominciare, quando sei circondato da montagne sopra i 6000 metri e tu stesso ti trovi a 4000, è difficile percepire la scala reale di ciò che ti circonda. Alla fine il panorama è simile a quello delle nostre Alpi. In secondo luogo, l’Everest non si vede praticamente MAI durante questo trekking. Due settimane per raggiungere il suo base Camp e questa benedetta montagna non si vede nemmeno da lì. Davvero! Si intravede in lontananza nei primi giorni di trekking, così anonimo che non lo si riconosce e così lontano che sembra molto più piccolo dei 6000 che lo precedono. E poi ci si ammazza con una scalata a 5500 metri per vederlo vicino al campo base. Ma questo è, niente di più. Tutta questa fatica e l’Everest nemmeno si vede.

Ma allora perché lo facciamo? Perché 32mila persone lo fanno ogni anno?! Giuro, mi sono fatta questa domanda centinaia di volte. A partire da quando stavamo decidendo se fare il circuito dell’Everest o quello dell’Annapurna. L’Annapurna aveva tutti i vantaggi: meno costoso, più vario come paesaggi, mille possibili trekking da fare. L’Everest è terribilmente costoso, si può fare al massimo un giro ad anello…Insomma, tutto sembra propendere per l’Annapurna…Ma l’Everest è l’Everest ragazzi…E non importa se lo vedi o meno, non importa quanto ci metti a raggiungerlo, quanto costa e quanto fa freddo…sapere che sei stato al cospetto del gigante dei giganti, del re delle montagne, del tetto del mondo…nessun ragionamento razionale può vincere su questo.

 

E poi, da quando siamo partiti, mi sto rendendo conto di un altro aspetto di questo trekking: la purificazione totale che ne deriva.

 

Non parlo di qualcosa di spirituale, per quanto i monasteri sparsi per tutta la regione aiutino anche chi è in cerca di quel tipo di esperienza. Parlo di un aspetto molto pratico, legato al successo o al fallimento di questo trekking. Per riuscire a completarlo non serve essere allenati, non importa quanti trekking si sono fatti in preparazione, o quanto velocemente si scalano 200 metri di dislivello. L’Everest è democratico, tutti possono raggiungerlo, ma solo se giocano secondo le sue regole. Regole che hanno a che fare con l’altitudine, con la necessità di adattare il proprio corpo all’assenza di ossigeno: camminare lentamente, senza superare i 500m di dislivello quotidiano. Bere tanta, tantissima acqua, anche sotto forma di zuppa d’aglio e tè allo zenzero. Mangiare legumi come riso e lenticchie (il piatto nazione, dhal bat), evitare la carne, gli alcolici e le sigarette. Svegliarsi all’alba e camminare la mattina presto. Portare con sé poco, pochissimo, molto meno di quanto pensi ti possa essere utile in una simile esperienza. Una vita ascetica. Certo, si può provare a barare. Ci si può concedere una birra o una sigaretta, o si può cercare di saltare una tappa o affrettare il passo per arrivare prima. Ma l’Everest lo vede, e potrebbe non lasciarti passare, chiedendoti il prezzo più alto: scendere, scendere di corsa in preda al mal di testa e alla nausea, scendere tutti quei metri faticosamente conquistati durante la giornata. Si può cercare di barare, ma è inutile, la squalifica è dietro l’angolo, e si può solo perdere la gara con se stessi. Alla fine è questo il punto di questo trekking: una scommessa con sé stessi, alla ricerca dei propri limiti. E, una volta trovati, di superarli.

 

Giorno 5, 22 ottobre (Tengboche to Dingboche)

Neanche a farlo apposta, mentre ieri sera terminavo di scrivere le ultime righe, ho iniziato a sentire qualcosa alle tempie...Non ci ho fatto troppo caso, ho continuato a scrivere, leggere, al solito. Ma nella grande sala comune del nostro lodge, al caldo della stufa, mi sono lentamente resa conto che era lui: il mal di montagna. Io non ho mai mal di testa, per cui quando mi viene so subito che c’è qualcosa che non va. È anche il sintomo più comune, il primo che si presenta e che, di solito, scompare mano a mano che il corpo di abitua all’altitudine. Ma questo non lo rende meno fastidioso.

 

E così mi sono goduta la mia prima notte a quasi 4.000 rigirandomi nel sacco a pelo per 3 ore prima di riuscire ad addormentarmi, in preda a mal di testa e ad un fastidioso formicolio a mani e piedi. Non molto dopo mi sono svegliata, il mal di testa se n’era andato ma al suo posto scappava una pipì terribile. Bere almeno 4 litri d’acqua al giorno è necessario per l’acclimatamento ma è anche un incubo per la diuresi, non si ha più il controllo della vescica. Torno a letto, sono le 3 e io sono sveglia come un grillo. Altro sintomo dell’altitudine, si dorme male. Insomma, una nottata da ricordare. Almeno alle 6 mi sono goduta l’alba sulle montagne fuori dalla finestra appannata, una piacevole sorpresa visto che al nostro arrivo Tengboche era immersa nella nebbia e non avevamo idea di cosa la circondasse.

Insomma, la montagna mi ha fatto pagare il primo pedaggio. Per imparare la lezione, oggi ho bevuto ancora più di ieri, ho camminato ancora più lentamente di ieri, ho respirato ancora più profondamente di ieri. E quella sigaretta che vorrei tanto concedermi, aspetterà ancora almeno un’altra settimana. A proposito di purificazione eh?

 

Vediamo come va questa notte, a 4.400 metri secondo la nostra mappa e 4.200 secondo il menu del nostro bellissimo rifugio, lo Stupa Lodge, dove siamo solo noi e un’altra coppia perché si trova leggermente fuori dal centro del paese…e ci sentiamo molto furbi visto che probabilmente siamo gli unici in tutta Dingboche ad avere il bagno in camera, un lusso sopra Namche Bazar! Sarà utile per questa notte, temo, visto che ho ampiamente superato i 4 litri di liquidi e da qualche parte dovranno pur uscire. A buon rendere!

 

Giorno 6, 23 ottobre (trek di acclimatamento a Chukkung Ri)

L’idea di scalare un 5000 è terrificante. Ci si aspettano cime innevate, ghiaccio e crepaccio, freddo e vento. In fondo, mentre camminiamo per queste valli che già di per sé non hanno niente a che vedere con ciò che ci aspetteremmo di trovare a più di 3000 metri (piante e fiori, in primis), siamo circondati da questi giganti bianchi e viene da pensare che un 5000 sia così!

 

Ma qui è tutto diverso. Non so se sia la latitudine, il clima, la distanza dal mare o quale altra diavoleria, ma a 3000 metri, dove in Italia troveremmo al massimo ghiaccio e nevi perenni, qui in Nepal c’erano verdi campi coltivati, fuori gialli e foreste di rododendri e magnolie (posso solo immaginare come sia in primavera!). Avvicinandosi ai 4000, i boschi fitti e densi,adornati da strani pendagli verdi simili a piante, hanno lasciato il posto sempre più a cespugli bassi e fitti. Ci si aspetterebbe di trovare colori sempre più spenti, invece tutta la Valle è piena di queste piante spinose rosse come il sangue, bellissime da guardare e da fotografare. Mentre lasciavamo Dingboche per avventurarci verso il nostro primo 5000, il Chukkung Ri, ci aspettavamo di veder sparire tutto questo, sostituito da ghiaccio e neve.

 

È prevedibile la nostra sorpresa nel trovarci davanti a una montagnetta (mi dispiace ma quando sei circondato da aitanti vette innevate non c’è altro modo di definirla) piena di piante e…sabbia. Ci siamo ritrovati a scalare una duna di sabbia a 5000 metri. Se avessero oscurato il contesto e ci avessero fatto vedere solo la montagna davanti a noi, avremmo pensato di stare al mare!

Ovviamente, quando finalmente siamo arrivati alla fine di tutta questa sabbia, le nuvole ci avevano ormai raggiunto come ogni pomeriggio. Ci siamo seduti sulla cima dei nostri 5400 metri, sentendoci sempre minuscoli circondati dai soliti giganti bianchi, a goderci la consapevolezza di essere più in alto di quanto la maggior parte delle persone andranno mai senza prendere un aereo, e la bellezza di questi timidi colossi innevati che ci circondavano, nascondendosi a tratti dietro le nuvole.

trekking per l'Everest base camp

Giorno 7, 8, 9 – 24-25-26 ottobre (da Dingboche Lobuche a Gorak Shep, e finalmente…trekking verso l’Everest base camp!)

Dopo Dingboche è dove l’altitudine si fa davvero elevata e tutto diventa più difficile. Si passa dai 4400 metri del primo (vogliamo sperare che avesse ragione la mappa e non il menu, altrimenti è davvero un passaggio notevole!) ai 4900 di Lobouche, un gruppetto di lodge che non ha altro motivo di esistere se non soddisfare i bisogni dell’industria turistica – motivo per cui i prezzi iniziano davvero ad essere assurdamente alti. Da lì è un’altra passeggiata di 3 ore per Gorak Shep, l’ultimo avamposto di civiltà prima delle montagne e della natura selvaggia, a 5130 metri. Cosa si prova a camminare a 5000 metri? Semplicemente, è tutto incredibilmente difficile. Abbassarsi per fare una foto è difficile. Sollevare lo zaino è difficile. Camminare ad una velocità normale è terribilmente difficile. Tutto costa il triplo della fatica, provocando quasi immediatamente un fiatone pesante. Ma mentre a quote normali il fiatone serve a portare più ossigeno nel corpo, qui sembra funzionare al contrario e bloccare qualunque capacità di assorbire ossigeno finché non si torna a respirare normalmente. Per cui ogni gesto a 5000 metri è volto a mantenere il respiro normale per evitare questo fiatone. Potete capire la lentezza esasperante di ogni cosa, visto che anche sbattere le palpebre quasi costa fatica!

 

Ma siccome non ci piace riposarci, e dormire due notti a più di 5000 metri non è il massimo (se non altro per il freddo incredibile la notte, parecchio sotto zero), non è mica finita – una barretta veloce e ci si mette in marcia verso di lui, quello che tutti sanno non ne vale la pena, ma in fondo tutti e dico tutti quelli su questo sentiero vogliono arrivare a vedere e fotografare: l’Everest Base Camp.

foto Everest Base camp
Non potevamo non farla! 🙂 EBC

C’è chi dice che ne valga la pena, che sia un’emozione incredibile, che anche solo sapere di essere lì, sotto il gigante dei giganti (senza vederlo), sia ciò che spinge a fare tutta quella strada. Personalmente, per noi no. Le due ore che separano Gorak Shep dall’ebc sono su un sentiero terribile e pieno di gente, e all’arrivo ad accoglierti non c’è nemmeno una tenda in ottobre (tutt’altro spettacolo deve essere in maggio, quando le spedizioni si preparano a scalare la cima). Certo, il Khumbu Icefall è impressionante, e permette di apprezzare la difficoltà di quel primo pezzo di salita. E certo, non si fa tutta quella strada per arrivare lì e non andare a “mettere la bandierina“. Ma nulla più di un posto per la foto di rito.

Tutt’altra storia è il Kala Pattar.

Il Kala Pattar è un 5500 proprio accanto a Gorak Shep famoso per le migliori viste sull’Everest su questo lato della Valle. Come abbiamo già detto, un 5000 non è niente di che, soprattutto se comparato ai giganti che lo circondano: una collinetta sabbiosa con qualche roccia. Questo poi sembra proprio una passeggiata: quella che sembra essere la cima appare vicinissima, e ci si chiede come sia possibile che per salire servano due ore.

Be’, la risposta è che quella non è la cima. E nemmeno quella dopo. Dopo circa un’ora di salita finalmente si vede la cima, e ci si chiede come sia possibile metterci solamente un’altra ora! È estenuante, sia per la lentezza a cui i 5000 costringono, sia per la salita in sé che sembra non finire mai. Ma poi, lassù. Oh, lassù.

È pieno di gente e non sarà certo un solitario momento di gloria, ma quando vi voleterete a guardare l’Everest in tutta la sua gloria per la prima volta, saprete che è amore.

L'Everest dal Kala Pattar
Finalmente, l’Everest!

È paradossale, se ci si pensa. È stato lì tutto il tempo, il più alto di tutti, e non si è quasi mai visto. Una montagna timida. Lascia spazio ai suoi vicini, ben più piccoli ma più belli, con quelle forme perfettamente coniche e aggraziate. Forse si vergogna. Lui è grosso e sformato, non una montagna che ti fa spalancare gli occhi. Se si facesse vedere da lontano, probabilmente la gente gli riderebbe dietro, additandolo come la bestia in mezzo alle belle. Invece, lui, furbo, ti fa aspettare. Ti fa superare una serie di prove prima di concedersi, devi veramente dimostrare di volerlo. E quando ti sei arrampicato per 5000 metri e svariate settimane per raggiungerlo e ti trovi a guardarlo, è impossibile sbagliarsi. È lui il gigante dei giganti.

 

Giorno 10, 11: 27-28 ottobre (da Gorak Shep fino a Lukla e Surke…eh sì, la magia della discesa)

Lasciare i 5000 metri e iniziare a scendere è una tale liberazione. Sembra di volare, in un attimo si perdono tutti quei metri faticosamente guadagnati con giorni e giorni di salita e acclimatamento. Ed è così bello non pensare più a bere 5 litri di acqua al giorno! Ma soprattutto è bello tornare verso il caldo. Caldo è relativo, ma tornare a dormire senza dover tenere la testa nel sacco a pelo perché non ti si congeli il naso respirando è una tale libidine! Insomma, la discesa è una serie di gioie che si susseguono.

 

Se non fosse che gli sherpa si sono divertiti a fare i sentieri tra sali e scendi continui, che rendono il rientro tanto stancante quanto l’andata per le gambe, sarebbe perfetto. Ma tant’è. Ci si gode comunque la sensazione del rientro. Il raffreddore che aveva preso Ilaria con tutte le sue forze inizia a passare, le labbra di Marco rotte dal freddo a ricomporsi.

Insomma, in due giorni siamo di nuovo a Lukla, e ora? Si vola? Ma certo che no. Troppo facile! C’è un bel sentiero che collega Lukla a Paphlu in circa 3 giorni, e che ci porterà da lì a prendere una jeep per un luuuuungo percorso fino a Kathmandu! Quindi abbiamo davanti ancora 3 giorni. E le avventure non sembrano essere finite: tra Ilaria che si ritrova incastrata in un treno di yak carichi fino al collo, sacrificando uno dei suoi bastoncini da trekking per difendersi, e la discesa da Lukla a Surke sotto il diluvio universale con tanto di grandine, non ci annoiamo certo. E se pensate che sia tutta discesa vi sbagliate di grosso: su e giù, giù e su, sempre così gli sherpa progettano i loro sentieri. Ecco perché hanno tutti dei polpacci degni di calciatori di serie A.

 

Giorni 12, 13, 14: 29-30-31 ottobre (da Surke a Nunthala, passando per Bupse)

Più si scende di quota più sembra che la natura diventi benevola verso l’uomo. Il freddo e il paesaggio spoglio lasciano il posto a un piacevole tepore, ad alberi pieni di fiori profumati, e a villaggi vivi e pieni di adulti e bambini intenti nelle loro faccende. È un paesaggio completamente diverso: le montagne innevate lasciano il posto a “colline” ricoperte di alberi, che vengono trasformate in scenografiche terrazze a gradini per la coltivazione.

 

L’unica cosa che non cambia mai è il sadico senso dell’umorismo degli sherpa che hanno creato i sentieri. L’espressione “nepali flat” per dire un percorso che sarebbe pianeggiante ma che è stato trasformato in un inferno di sali e scendi, è la più calzante. È esattamente così. Quando non si tratta di ripidissime discese e ancora più ripide salite, perlomeno. Questo tratto di strada attraversa vallate una dopo l’altra, e lo fa nel più tradizionale dei modi: dal punto più basso al punto più alto. Così ti ritrovi a cominciare la giornata a circa 2900 metri a Bupsa, scendere per un numero infinito di ore finché le ginocchia non urlano pietà, attraversare il fiume a valle a 1500 metri, e risalire fino ai 2200 metri di Nunthala. Un incubo dal punto di vista del trekking. Ma un sogno per gli occhi che, dopo tanta montagna impervia, possono finalmente godere della vita e della natura rigogliosa.

Giorno 15, 1 novembre (da Nunthala a Phaphlu)

Non so perché ci eravamo convinti che Nunthala fosse vicino al punto più alto che dovevano raggiungere, e che da lì a Paphlu fosse “una passeggiata”. Eh no. La mattina ci aspettavamo altrettante ore di incalzante salita, senza respiro. Per 3 ore ci siamo arrampicati come capire verso la cima della montagna su cui ci trovavamo, e quando siamo arrivati a 2960 metri, ovvero quasi il doppio di dove abbiamo attraversato il fiume la sera prima, siamo rimasti esterrefatti all’idea di dover ancora salire quasi mille metri, secondo la nostra mappa! La nostra cartina infatti sosteneva che il passo che dovevamo attraversare fosse a 3800 metri. Che fosse sbagliata? Sembravamo arrivati! Tuttora non sappiamo quale sia la risposta, ma dopo un’altra mezz’ora di salita ci siamo ritrovati ad attraversare una porta buddista riccamente colorata: il nostro ultimo passo.

Arrivati a Ringmu abbiamo provato a chiedere se c’erano jeep da lì, e per poco non ci lasciavamo 280€ invece di 20€ quando abbiamo capito male il prezzo e abbiamo detto di sì a una jeep per 28000 rupie invece di 2800. Quando uno zero fa la differenza.

E così ci siamo rimessi in cammino per altre 3 ore alla volta di Phaphlu. Questa volta però finalmente la strada si è rivelata essere una strada! Certo, mancano ancora parecchi chilometri all’asfalto, ma anche questo largo sterrato che girava intorno alle montagne invece di scendere fino a valle e risalire fino alla cima, ci è sembrato uno sprazzo incredibile di civiltà dopo quanto affrontato finora.

 

Domani all’alba ci aspetta l’ultima grande avventura himalayana: la jeep fino a Kathmandu. Ma questa, ragazzi, è un’altra storia.

Cosa ne pensi della nostra avventura? Ti è piaciuto il nostro reportage? Faccelo sapere nei commenti e se hai voglia, condividilo! Ti porterà via soltanto pochi istanti ma per noi significa tantissimo 🙂

 

Un abbraccio,

Ilaria e Marco

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