Viaggiare è la nostra arma per combattere il terrorismo

Londra-Westminster-combattere il terrorismo

Gli attacchi terroristici che si abbattono sempre più frequentemente sul nostro mondo e sul nostro modo di vivere stanno cambiando il modo in cui ci approcciamo al diverso, allo straniero, e conseguentemente anche ai viaggi. Ma per quanto possa fare paura e il mondo esterno sembri sempre più pericoloso, noi siamo fermamente convinti che viaggiare sia la nostra arma migliore per combattere il terrorismo, e vogliamo raccontarne qui il motivo.

Una vita vissuta nella paura è una vita vissuta a metà. (Baz Luhrmann) Click To Tweet

Era una domenica sera come tante, il 2 aprile 2017, ma era anche una molto diversa: io e Marco sedevamo in camera al computer, incrociando siti di voli, date, scali per il nostro primo step del viaggio solo andata che stiamo per intraprendere, Mosca, da dove prenderemo un treno che ci porterà, sull’antica linea Trans Mongolica, attraverso Russia, Mongolia, Cina.

Il giorno dopo, contenti, un po’ in ansia, un po’ più carichi ma anche un po’ più consapevoli del passo che stiamo per fare, la vita ha continuato come ogni altro giorno. Lavoro, risate, pensieri. E poi, di nuovo, un triste segnale di allarme che ormai riconosciamo: tra i trending topics di Twitter il nome di una città, #Sanpietroburgo.

St. Petersburg, Russia, April 5, 2017. REUTERS/Anton Vaganov

Attentato. Di nuovo, immagini strazianti di brandelli di treno, di corpi, di sangue hanno invaso i nostri social, le nostre TV e i nostri pensieri. Ormai è una costante, ogni pochi mesi ci troviamo a fare i conti con queste immagini e con la consapevolezza. Per un po’ rimane silente, pensi di essere al sicuro, che qualcosa stia cambiando, ma poi ritorna ad alimentare i tuoi peggiori incubi. Ormai ci siamo quasi abituati, ci si incupisce per un po’, ci si sente terribilmente impotenti, ma poi si va avanti, un po’ più spaventati da quello zaino grosso in metropolitana, da quel viso un po’ troppo barbuto, da quell’estraneo che ci cammina dietro. Ma si va avanti.

Solo che per noi questa volta era un po’ diverso

Quando la violenza inaspettata del terrorismo colpisce un posto in cui stai per recarti, oltre al dolore e alla paura si manifestano anche altri sentimenti. Ti senti tirato in causa, ti chiedi cosa stai facendo. Messaggi e telefonate preoccupate di amici e parenti non fanno che alimentare questa sensazione. Rispondi che no, non sei preoccupato, può succedere anche a casa tua, può succedere ovunque. Ma in fondo in fondo quella morsa allo stomaco la senti.

E non siamo i soli. L’estate scorsa, dopo gli attentati in Turchia, in Francia e in molti altri luoghi, le prenotazioni erano crollate. Basti pensare al Mar Rosso, un tempo meta favorita di tantissimi italiani, oggi faticosamente in ripresa dopo tanti, troppi episodi di violenza in Egitto. Non che sia davvero più sicuro, probabilmente, ma per qualche motivo ci si sente meno “scoperti” a restare vicino a casa, a non fare grandi viaggi, a evitare…cosa poi? Le grandi città? Le metropolitane? La gente?

Allora ci siamo messi a pensare, a chiederci perché tutto questo avvenga e a come, nel proprio piccolo, ogni persona possa lottare contro il terrore che ci viene indotto dai fatti di cronaca e dai media che li riportano. E ci siamo risposti che il modo migliore per combattere il terrorismo sia proprio VIAGGIARE, aprirsi allo sconosciuto, al diverso, all’imprevisto, al rischio, come se non avessimo paura, anche se in realtà siamo terrorizzati.

La conoscenza è un’arma

Lo abbiamo visto nella storia e lo vediamo quotidianamente, nella politica e nella vita di ogni giorno: quando non conosciamo qualcosa, quando siamo “ignoranti”, siamo più suggestionabili, siamo facili vittime di soluzioni miopi che ci vengono presentate come perfette, diventiamo ignari complici di chi sbaglia. La conoscenza è un’arma, e il viaggio più essere la pallottola che la rende pericolosa. Possiamo imparare tante cose a scuola, al lavoro, nella nostra vita quotidiana, ma non impareremo mai davvero a conoscere il diverso. I nostri amici, le nostre abitudini, le nostre attività sono condizionate da ciò che conosciamo, avvengono in una sorta di bolla di sicurezza, la cosiddetta comfort-zone.

Quando viaggiamo, sia anche in mete vicine, affrontiamo necessariamente delle differenze culturali a cui altrimenti non saremmo esposti. Una nuova lingua, nuove difficoltà, nuovi rischi, nuove attività. Il viaggio è per antonomasia qualcosa che ci spinge fuori dalla comfort-zone e che ci obbliga a confrontarci anche con le nostre paure. E che ci spinge a conoscere nuove cose, nuovi sapori, nuovi linguaggi, nuove persone. Ci fa crescere, soprattutto in termini di conoscenza. E, tornando a casa, non sarà facile continuare a guardare con diffidenza quello sconosciuto in metro, quando nei suoi occhi rivedremo lo sguardo di chi, in un momento di difficoltà in viaggio, ci ha insospettabilmente aiutato.

 

E’ quello che vogliono

Sarà scontato da dire, ma cedere alla paura è esattamente quello che i terroristi vogliono che facciamo. Vogliono che sappiamo che possono colpirci ovunque, che non siamo al sicuro mai. Vogliono che il sistema su cui si basa la nostra esistenza crolli, che la libera circolazione delle persone – una delle grandi conquiste dell’età moderna – vacilli, che ci guardiamo l’un l’altro con sospetto come pensano che guardiamo loro. Chi decide di riempirsi di esplosivo e di farsi saltare in mezzo a persone innocenti vuole alimentare quel circolo vizioso di diffidenza di cui siamo preda. E’ il loro modo di raccogliere nuovi adepti, di giustificare le proprie azioni, di creare nuove situazioni di odio.

Londra attentato Parigi

Combattere il razzismo per combattere il terrorismo

Proprio per quanto appena detto, non ci rendiamo conto che siamo noi stessi ad alimentare il male che ci perseguita. Certo, siamo schiavi di disegni molto più grandi di noi, di governi che decidono di bombardare anche scuole e ospedali per combattere le loro guerre, che dichiarano di lottare per la libertà mentre vendono armi di contrabbando agli stessi uomini che stanno combattendo, che si ritrovano nei loro palazzi dorati a discutere mentre le persone muoiono. E i civili pagano le conseguenze di questo, semplicemente perché per un terrorista è più facile uccidere 100 persone in metropolitana che una dentro un palazzo governativo.

Ma mentre questi meccanismi marcoscopici operano sopra le nostre teste, siamo noi nel nostro piccolo ad alimentare le singole scintille di odio che trasformano una persona diversa in un terrorista.

Spesso chi ha perpetrato l’attacco non era un immigrato clandestino, non era una persona appena arrivata dalla Siria, né uno dei rifugiati di cui tanto si parla. Erano cittadini inglesi, francesi, belga, magari di origine mediorientale ma cresciuti nella nostra società, educati nelle nostre scuole, lavoratori nei nostri ristoranti. Persone che però, per una fede diversa, per un colore diverso della pelle o per qualsiasi altro motivo, si sono sempre sentite differenti, non integrate, escluse. Persone che si sono ritrovate a vivere nei quartieri più poveri e malandati insieme ad altri che si sentivano come loro, alimentando a vicenda ogni giorno di più l’odio e la rabbia che provavano per il mondo “fuori”. Il nostro. E ogni volta che ci entrano e che vengono respinti, con una parola sgarbata, uno sguardo rabbioso, un commento razzista, tornano a casa un po’ più carichi di odio, un po’ più…radicalizzati.

Per combattere il terrorismo possiamo fare davvero poco, come singoli. Non abbiamo potere sulle decisioni governative, non possiamo fermarli, non possiamo nasconderci. Ma possiamo smettere di alimentare questo circolo vizioso, ogni giorno, con un sorriso in più e un piccolo, stupido gesto di apertura.

 

Scoprire il buono in ogni cultura

Possiamo solo cercare di andare oltre quello che a prima vista ci fa paura perché ci sembra diverso, dargli una possibilità, e cercare di scoprire il buono dietro ogni cosa. E per fare questo, il viaggio è il mezzo migliore.

Viaggiare può essere terrificante: quando ci troveremo in Russia, con una lingua che non conosciamo, cartelli e informazioni che non comprendiamo, circondati da persone che non ci capiscono, come faremo? Dovremo aprirci all’ignoto e al rischio, chiedere una mano ad uno sconosciuto, fidarci di un’indicazione a malapena comprensibile, sbagliare e riprovare all’infinito. E probabilmente incontreremo centinaia di persone scortesi, sgarbate, antipatiche, che ci tratteranno in malo modo e ci lasceranno confusi e rabbiosi. Ma probabilmente ne incontreremo anche una che ci tenderà la mano, che andrà oltre la lingua e ci aiuterà a uscire dai guai, che ci dimostrerà tutta la sua generosità e il suo altruismo. E quella persona sarà quella che ci ricorderemo per sempre e che ci restituirà la vera immagine della sua cultura e del suo modo di pensare.

Viaggiando ci si mette nella condizione di essere in posizione di svantaggio, si espone il fianco, si diventa quelli più “deboli”. Viaggiando diventiamo noi “l’altro”. . Ed è in quel momento che si è aperti a scoprire il buono in ogni cosa, che è l’arma più grande per combattere il terrorismo, perché quando riusciamo ad andare oltre quello che ci dicono i giornali, gli amici, i governi, i genitori, solo allora conosciamo veramente qualcosa.

 

Quindi no, non chiedeteci se siamo preoccupati, del terrorismo o di qualsiasi altra cosa. Sì, lo siamo. Ma siamo consapevoli che un simile passo è la cosa più utile che possiamo fare per cercare di combattere il terrorismo e l’odio. Siamo sicuri che avremo perso solamente quando la paura ci fermerà dal fare qualcosa che riteniamo importante.

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