Tre mesi in viaggio sulla Transmongolica: diario di bordo

Nel 2017 siamo partiti per il nostro Viaggio Solo Andata percorrendo proprio lei: la mitica Transmongolica.

L’11 luglio 2017 abbiamo preso un aereo per Mosca che ci avrebbe cambiato la vita per sempre: avrebbe dato inizio a questo blog, alla nostra storia da nomadi digitali, alla guida alla transiberiana fai da te, a tutto.

Da quel giorno, abbiamo tenuto un diario quasi quotidiano. Pezzi di vita e di viaggio snocciolati sui social, una foto alla volta.

Tre mesi in viaggio sulla Transmongolica, tre mesi di emozioni e storie da raccontare…e le trovi tutte qui sotto.

Sono sicuro che al termine del racconto non vedrai l’ora di partire.

Partiamo con il racconto e se ti piacerà, faccelo sapere nei commenti!

12 Luglio 2017 – Primissime impressioni di Mosca?

 

 
 
 
 
 
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Un casino.

Ci siamo trovati totalmente impreparati davanti alla nostra ignoranza di russo…non importa per quanto tempo ci fossimo preparati alla nostra impreparazione, è stato comunque terribile.

La metro, signori miei, la metro!

Un dedalo di cunicoli, scale e sottopassaggi tutti accomunati da un unico denominatore: scritte incomprensibili.

E nonostante la preparazione (pur carente) di Ilaria in greco, che speravamo ci avrebbe aiutato minimamente, siamo stati tratti in inganno più volte, aggiungerei dai caratteri minuscoli e maiuscoli di questa lingua e abbiamo preso svariati treni sbagliati.

Solo per poi arrivare all’ostello, stremati e con 20 kg ciascuno sulle spalle, e non trovare nulla davanti a noi. Letteralmente, il nulla!
Solo una porta di metallo e una combinazione di numeri stile Saw accanto. Inquietante.

Abbiamo girato 20 minuti prima di trovare qualcuno che sapesse dove si trovava l’ostello e soprattutto la combinazione per entrare, e la nostra unica consolazione in tutto questo era vedere un gruppo sempre più consistente di persone impegnate nella nostra stessa ricerca, che ormai ci seguivano come si seguirebbe qualche guida spirituale.

Il lato positivo?

Le persone. Contro ogni aspettativa (scusate, russi in ascolto) e nonostante le numerose barriere linguistiche (ma qui nemmeno chi lavora nel turismo sa l’inglese! Dovremmo sentirci orgogliosi noi italiani, quasi), abbiamo incontrato tantissime persone pronte ad aiutarci, a guidarci, a scendere dalla metro con noi per indicarci la strada, a tradurci cosa dicesse la signora incazzata della biglietteria. Insomma, russi nel <3! E poi dobbiamo ammettere che questa famosa Piazza Rossa non è affatto sopravvalutata, dai 🙂

14 Luglio 2017 – Seconde impressioni di Mosca (meno traumatizzate)

 

 
 
 
 
 
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Mosca ci è sembrata una città…intensa.

È stato intenso il nostro approccio con lei, con un arrivo complicato, incomprensioni reciproche tra noi e la sua metropolitana, un meteo che non aveva tanta voglia di venirci in aiuto con un raggio di sole (o anche solo con un millilitro in meno di pioggia).

Ma soprattutto intense le persone. Intensa la gentilezza di una persona che, dopo aver chiacchierato con noi su un autobus, ci ha accompagnato a comprare la SIM, fatto da interprete, spiegato la metro (scusa, Stas, tu ci hai provato lo sappiamo!), insegnato a leggere il cirillico usando i cartelli delle fermate 133 come moderne lavagne, portato in giro nei luoghi più strani, persino a una mostra d’arte incredibilmente inquietante sulla presenza del rosso nella cultura russa.

Intensi i molti soldati in giro, che assolvono i loro compiti e i loro ruoli con grande precisione.

Intense le grandi piazze, gli edifici rossi, le chiese dorate scintillanti anche sotto la pioggia.

Intensa la storia, che traspare dai palazzi e dai musei, dalle piazze e dai parchi, con grande orgoglio.

E ovviamente anche intensamente piovosa, ma siamo riusciti ad apprezzarla ugualmente.

15 luglio 2017 – KM Zero

Russia kilometro zero

Eccoci qui, al Chilometro Zero di Mosca, il luogo da cui tutte le distanze vengono misurate in Russia. E quindi misuriamo anche le nostre. Partiamo stasera per un viaggio in treno che ci porterà per quasi 10.000km, attraversando tutto il continente e passando per 3 Paesi.

Ci sembrava un luogo iconico da cui partire, non trovate?

16 Luglio 2017 – Il primo treno non si scorda mai

 

 
 
 
 
 
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Questa volta, al contrario di quanto accaduto al nostro arrivo in Russia, eravamo forse troppo preparati al treno.

Ci aspettavamo di tutto: di aver problemi a trovare il binario, di non riuscire a salire sul treno, di essere accolti da un caldo mortale e da una puzza peggiore, di furti e problemi vari.

Insomma, le avevamo previste tutte.

Invece, semplice e indolore, eccoci qui: sull’epica Transiberiana, in terza classe, circondati solo da russi che questa non è cosa per turisti, per quanto possa sembrare il contrario.

Soprattutto, non in terza classe.

Qui si sta tutti insieme, mischiati, vicini.

La privacy è un’inutile preoccupazione occidentale, ci stiamo abituando piano piano per quanto vivremo andando sempre più a est. Insomma, saliamo, troviamo i nostri scomparti (se così si può dire, visto che è davvero un tutt’uno) e quindi i nostri vicini.

Nonostante la carrozza sia stipata da almeno 50 persone, i nostri vicini “più vicini” sono due vecchietti, i nostri vicini “un po’ meno vicini” una coppia (immaginiamo) che viaggia con un amico.

Abbiamo fatto scelte oculate: un letto in alto e uno in basso, così da essere autonomi e poter godere del posto finestrino a sedere quando vogliamo, senza scomodare nessuno.

Siamo giusto lì che discutiamo su chi debba andare di sopra e chi di sotto, quando il vecchietto di fronte a noi ci si avvicina e comincia a parlare.

Ovviamente in russo, come se noi potessimo capirlo.

E non la smette mica, ci vuole proprio dire questa cosa.

La scena è davvero ridicola: cerchiamo in tutti i modi di capire cosa ci stia comunicando.

Con scarsi risultati: prima gli stringiamo la mano e diciamo i nostri nomi, convinti si stesse presentando.

Poi capiamo che il suo discorso ha a che fare con il dormire: Marco interpreta azzardatamente che ci stia avvertendo che russa, ma lui continua a parlare.

Alla fine un’illuminazione (che avremmo anche potuto avere con del semplice buonsenso, vista l’età del signore e l’evidente atleticità necessaria per salire al piano superiore di questi letti): vuole fare scambio. E così se ne va al diavolo la nostra scelta oculata, e ci troviamo entrambi a dormire di sopra, scomodi ma felici, guardandoci negli occhi a venti centimetri l’uno dall’altra, sopra i due vecchietti russi che, alla fine, non russano nemmeno.

20 luglio 2017 – Del cibo e di altri traumi

La transiberiana è un tripudio di tante cose: razze, colori, odori, ma soprattutto…sapori!

I russi in trasferta in treno ricordano i calabresi al mare d’estate: da un sacchetto iniziano a tirare fuori di tutto, polpette non meglio identificate, formaggi puzzolenti, vasi ricolmi di cetrioli e pomodori interi in salamoia.

Non c’è limite al peggio.

O meglio, pensiamo di averlo raggiunto quando, ad una delle tante fermate sulla via, scendiamo per sgranchirci le gambe e ci troviamo davanti una signora che ci sventola in faccia un ventaglio di…pesce essiccato! Un ventaglio, davvero! Appesi come se fossero calzini ad un appendino, una fila di pesci arancioni e duri ci guarda con severità.

Non ne abbiamo avuto il coraggio….magari alla prossima fermata, dai.

Per ora ci limitiamo ad andare avanti a prodotti liofilizzati da far rivivere con l’onnipresente boiler dell’acqua calda sul treno, dalle zuppe a una specie di spaghetti affogati in un liquido acquoso, all’occorrenza uniti a qualche prodotto nostrano per illuderci di maggiore qualità. Yummiii!!

Ma il peggio vero, incredibilmente, sarebbe arrivato fuori dal fantomatico treno, proprio quando abbiamo abbassato la guardia a casa del nostro ospite a Novosibirsk e questi si è offerto di cucinarci la cena.

“Pasta with sausages”, ha detto.

Già non ci fidavamo molto, ma siamo sbiancati quando abbiamo visto apparire un pentolone di pasta (rigorosamente asciutta e collosa), un piatto di würstel e una confezione di plastica con disegnati sopra dei pomodori.

Un po’ scettici ci apprestiamo ad assaggiare questo capolavoro di cucina nostrana all’estero quando ci rendiamo conto con orrore che quella salsa…era ketchup!!!!

Sapete cosa? Abbiamo pure fatto il bis, alla fine. Forse siamo pronti per i pesci impalati sul binario del treno, dai. 

22 luglio 2017 – La vodka in Russia è sopravvalutata

 

 
 
 
 
 
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Avevamo sentito di tutto sul conto di questa fatidica transiberiana, dalle sbronze a base di vodka alle litigate con le provodnik, i solerti controllori (sempre donne, chissà perché) presenti in ogni carrozza, ma questa davvero non ce la saremmo mai aspettata.

Terza tappa del nostro viaggio, ci imbarchiamo da Novosibirsk diretti a Irkutsk e al lago Baikal.

Ormai la dimensione del treno ci appartiene, è rassicurante, non vediamo l’ora di risalirci quasi.

Durante questi più di 3000km di treno non abbiamo praticamente mai incontrato nessuno che parlasse inglese, solo un sud coreano che (matto!) se la faceva tutta diretta fino a Vladivostok, senza mai scendere.

E soprattutto, nemmeno una goccia del famigerato alcool.

Che fossero tutte leggende?! Niente, si vede che quando è destino è destino.

Non facciamo in tempo a sederci che la nostra vicina si volta e ci chiede, in italiano, “ma siete italiani?!”.

È polacca, ha fatto l’Erasmus a Firenze. Parla russo, inglese, italiano. È fatta: habemus traduttore!!!!

Ci si aprono le porte del paradiso: un vecchietto particolarmente arzillo si mette a chiacchierare con lei, non capiamo cosa dice ma sentiamo solo “italiensky, italiensky…sambuca!!”.

Sambuca?! Mah, questi russi.

Tutto gasato se ne va ripetendo queste parole, ma non ci facciamo troppo caso.

La vita sul treno scorre, mangiamo qualcosa, chiacchieriamo con la polacca.

Poi eccolo che riappare, il vecchietto, accompagnato da un uomo dalle fattezze molto più orientali.

Di nuovo “italiensky, italiensky!” rivolto verso di noi.

E il suo amico orientale ci guarda con i suoi occhi a mandorla, ci sorride e ci dice…….”buongiorno!!! Cosa fate qui?”.

Ci casca la mascella! Ma come?! Come mai parli italiano?! “Sono professore di fisica all’università di Ferrara”, è la scioccante risposta.

Ecco, basta, la mascella è persa per sempre.

Non ci sono parole, scoppiamo a ridere come 137 dei matti proprio mentre appare una bottiglia di un liquido trasparente sul nostro tavolino! “Ci siamo” pensiamo, “ecco la vodka russa!”.

Per scherzare prendiamo in giro il vecchietto: “sambuca??”, e quello: “Da! Daaa!”. Ma come “sì”?!

L’annusiamo: cazzo, è italianissima sambuca!! “Direttamente da Ferrara”, ci fa sapere il nostro nuovo amico oriental-ferrarese.

E va be’, proveremo la vodka un’altra volta. Questa è roba buona 😉

E la provodnik? Ovviamente, celere come ghepardo e precisa come un mastino, quasi avesse sentito il celestiale profumo italico, in pochi secondi ci era addosso. Momenti di panico, bicchieri che vengono nascosti, bottiglie che spariscono.

Uno scambio in russo che non comprendiamo, e tutti si mettono a ridere. Mentre continuano a parlare, proprio sotto il naso della provodnik, ricominciano a scorrere fiumi di sambuca. Rimaniamo un po’ perplessi: ma non era vietato bere alcool sui treni?!

La provodnik se ne va sculettando e il nostro nuovo amico quasi ferrarese prorompe in una risata, rassicurandoci: “tutto a posto, tutto a posto! Le ho dato dei soldi, ma se non fosse stata in servizio avrebbe voluto berla anche lei!”.

Aaaah, la lingua della corruzione: l’unica davvero universale! Cin cin!

25 luglio 2017 – La Sardegna dei russi

 

 
 
 
 
 
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Il lago Baikal è per i russi la Sardegna di noi italiani.

Loro sono orgogliosissimi di questo lago dai molti primati, tra cui il maggiore volume d’acqua al mondo (sembra che da solo ne contenga più di tutti i grandi laghi americani messi insieme, è un polmone blu gigantesco per la terra!) e la massima profondità.

Per cui non solo non potevamo non visitare questa meraviglia, ma non potevamo assolutamente perderci la sua isola principale, Olkhon, che se il lago è la Sardegna dovrebbe essere la loro Porto Cervo.

Carichi di aspettative saliamo su uno sgangherato pulmino pieno di cinesi e russi alla volta dell’isola: ci aspettano 6 ore di viaggio nella steppa russa, bellissima e infinita davanti a noi.

Dopo solo 3 ore di saltellanti strade intravediamo il lago: possibile che siamo già arrivati?

E le altre 3 ore? Scopriamo che per attraversare i sì e no 30km che ci separano dal centro dell’isola, dove si trova il suo paese principale, Chuzir, ci vogliono più di due ore perché…sull’isola non esistono strade.

Nulla, solo polverosi sentieri che, al passaggio delle auto, diventano sempre più pieni di buche fino a renderli impraticabili, così le auto iniziano a passare a fianco di quello principale, aprendone uno nuovo.

Geniale.

Avete presente il nulla?

Ecco, percorrere quei 30km di Olkhon è come guardare il nulla cosmico per due ore, sobbalzando.

Niente case, niente strade, niente pali della luce, nulla. Solo verde e azzurro. E qualche vacca.

Qualcosa di meraviglioso!

Finché non intravediamo finalmente Chuzir, con le sue casette di legno colorate.

Vorrei dire bellissima, ma la verità è che no: il tutto ha più l’aspetto di uno scenario da film western che da Porto Cervo.

Le mucche vagano libere per la strada, fermando le macchine e brucando l’immondizia, camioncini usciti dal dopoguerra corrono a mille all’ora sollevando polveroni rossi, cani randagi si contendono un pezzo di carne.

Non è bello, è di più: è selvaggio, è l’anti-turismo, è come potrebbe essere la Sardegna se non ci fosse nemmeno un resort ma solo la sua abbagliante bellezza.

Incredibile! Passiamo 3 giorni straordinari ad assaporare la libertà di poterci accampare dove vogliamo, a cucinare sul fuoco (i ristoranti c’erano ma questo era meglio!), a scoprire la natura incontaminata di quest’isola uccidendoci in bicicletta sulle sue “strade” infernali, ad essere praticamente gli unici turisti occidentali presenti, e a rimanere sempre più affascinati dai loro bagni senza wc, con solo un buco oscuro che ti osserva inquietante, ma dalla straordinaria pulizia e…assenza di odore, incredibilmente.

Quasi li vorremmo importare in Italia. E non poteva mancare un bagnetto nelle sue acque, limpide e gelide e bellissime come solo un lago siberiano poteva regalare.

27 luglio 2017 – Dasvidaniya, Russia

Transiberiana - uscire dalla Russia

Ci siamo: saliamo sull’ultimo treno russo, domattina ci sveglieremo…ancora in Russia, ok, ma molto vicini alla Mongolia, tant’è che non aspettiamo nemmeno un giorno a Ulan Ude prima di prendere il bus (eh sì ragazzi, in treno è una menata attraversare il confine, non siamo dei puristi integerrimi della transiberiana) per Ulan Bator.

Un po’ di ansietta accompagna quest’ultima notte russa…la lingua cominciava ad essere familiare, i cibi avevano maggiore chiarezza, la routine dei treni era consolante.

Ora si stravolge tutto, e la sensazione è uno strano misto tra la trepidante attesa e il malinconico dubbio.

L’arrivo a Ulan Ude è un po’ burrascoso: la prima lezione da imparare in viaggio è che bisogna sempre avere dei soldi in contanti, anche quando pensi non servano, anche quando stai lasciando il paese.

Noi lo abbiamo scoperto a nostre spese quando, dopo aver con fatica trovato la stazione dei bus in una silenziosa alba siberiana, scopriamo che non accettano le carte per il biglietti.

Meno male che Marco è atletico e si lancia nella maratona di Ulan Ude alla ricerca di un bancomat – impresa non facile e non vicina.

Ma un po’ grazie alla sempre presente gentilezza dei russi (o mongoli? Ormai non si capisce più, i tratti sono mischiati, si chiamano buriazi), un po’ grazie a dei turisti francesi che come noi hanno imparato l’amara lezione, eccoci qui, sul bus, direzione Mongolia.

Davanti a noi la strada sembra infinita, pare perdersi nelle colline aride e nelle montagne rocciose, puntellata ogni tanto solo da qualche ger, qualche cavallo e…qualche soldato, che un’esercitazione di carri armati russi non fa mai male.

 


Aspetta un attimo: ti presento la guida per la Transiberiana – Transmongolica fai da te

Transiberiana e Transmongolica- la guida completa

Dopo la nostra esperienza in autonomia sulla Transiberiana/Transmongolica, una cosa che ci veniva detta molto spesso era:

“Figo, vorrei farla anche io ma costa troppo”. Oppure: “non saprei come organizzarla e le agenzie mi chiedono troppo”.

Questa guida è nata esattamente per questo.

Abbiamo deciso di rendere la Transiberiana/Transmongolica alla portata di tutti.

Grazie alla guida potrai organizzarti il tuo viaggio in completa autonomia, senza perdere giornate se non settimane a fare lunghe ricerche, oppure spendendo una montagna di soldi in agenzia.

Grazie a questa guida sarai in grado di organizzarti la Transiberiana/Transmongolica spendendo pochissimo ed evitando tutti i tranelli che si incontrano quando si organizza un viaggio di questo tipo.

Nella guida troverai risposte a tutti i dubbi che puoi avere su questo viaggio, oltre a parecchi consigli su come goderti al meglio tutte le attività extra che si possono fare. Molte di queste informazioni non sono presenti in nessun’altra guida, nemmeno la famosa Lonely Planet.

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1 agosto 2017 – Dalla Mongolia con amore

Poche volte uno stereotipo si è rivelato tanto accurato quanto quello della proverbiale ospitalità mongola.

Ulan Bator è una città gigantesca, ospita praticamente metà degli abitanti dell’intera Mongolia, e come in tutte le grandi città le persone camminano spedite, frettolose, stressate.

Ma qui c’è qualcosa di diverso.

A Ulan Bator non fai in tempo a scendere dall’autobus da Ulan Ude che una ragazza ti si avvicina e ti dice quale bus devi prendere per andare a casa, pagando per te l’autista perché non hai soldi locali ancora.

 

 
 
 
 
 
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E quando le dai i pochi soldi russi che ti sono rimasti, lei armeggia con il telefonino per un po’ e alla fine te ne restituisce la metà. “Sono troppi!”, dice, quasi offesa.

E qualche giorno dopo ti contatta su Facebook per invitarti ad andare a visitare la loro chiesa.

A Ulan Bator un ragazzo conosciuto sui mezzi pubblici ti accompagna al tuo appartamento e telefona con il suo cellulare al tuo host su AirBnb per capire meglio dove deve portarti.

A Ulan Bator una ragazza che viene fermata per chiedere indicazioni sul più vicino ATM, ti ci porta fisicamente.

E quando non riesci a prelevare, ti porta ad un altro. E un altro!

A Ulan Bator un vecchietto dagli occhi incredibilmente azzurri nonostante i tratti asiatici ti ferma e, pur non parlando una parola d’inglese, ti accompagna per mezza città facendoti foto davanti ai più bei monumenti.

A Ulan Bator basta camminare qualche chilometro per trovarsi immersi in una specie di baraccopoli, in cui le persone vivono nelle ger o nelle tende, e mentre cammini perplesso per le stradine polverose cercando di uscire, nascondendo alla meglio la macchina fotografica in preda alla preoccupazione, ti accorgi che ti riempiono di sorrisi amichevoli.

A Ulan Bator i templi buddisti vivono schiacciati tra i grattacieli, oasi di pace e di tranquillità in mezzo ad un traffico fuori di testa (in cui tra l’altro una macchina ha il volante a sinistra e l’altra a destra, chissà come diavolo fanno) e ai colpi di clacson. Che dire: benvenuti in Mongolia!

Ed è solo l’inizio… Sì perché siamo di nuovo in partenza: direzione ovest (non meglio identificato), nella steppa mongola, ospitati da una famiglia nomade locale trovata tramite Workaway.

Per 10 giorni vivremo una vita che esiste ancora solo qui, in questo antico e selvaggio Paese, a contatto con cavalli, pecore e poche persone.

2 agosto 2017 – cominciamo bene…..

 

 
 
 
 
 
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Il primo giorno dai nomadi è uno di quelli che non si dimenticano facilmente.

Questo è vero in generale, ma ancora di più per noi perché è successo di tutto.

All’inizio è sempre strano arrivare in un Workaway, si entra nella vita delle persone in maniera intensa e un po’ imbarazzante, ci si studia a vicenda come animali in gabbia…figurati quando non si parla nemmeno mezza lingua in comune.

Se arrivi poi in uno dei pomeriggi più caldi che la Mongolia abbia conosciuto, è anche peggio.

Stiamo a cazzeggiare nelle ger aspettando che rinfreschi mentre un profumino di plastica bruciata ci solletica il naso (scopriremo poi essere olio per friggere la nostra cena), fino a quando non ricominciano le attività: si va al vicino pozzo a prendere l’acqua, si lavano i panni, si prende un cavallo al lazo, si affilano coltelli…..coltelli?!

Eh sì, neanche un giorno che siamo qui e già ci uccidono una manciata di cavalli sotto il naso.

Marco è abituato a queste cose, con un papà cacciatore ne ha viste tante, ma Ilaria che ha problemi anche a uccidere una mosca è davvero scossa.

Sa che questa è la vita dei nomadi e che dovrà abituarsi, ma non riesce a restare lì vicino, dove intanto si sono radunati amici e parenti da altri campi vicini, che bevono e ridono tra sangue e budella. Purtroppo o per fortuna non ci lasciano fare foto di questo, letteralmente, macello.

È strano come l’amore per i cavalli, che è evidente in queste persone e in questa cultura così legata ad essi, si manifesti in modo diverso.

Qui le regole della vita sono differenti: non si va al supermercato a comprare la carne per la cena, non si va al lavoro per guadagnare soldi, tutto ruota intorno a questo – le ger, il bestiame, i cavalli.

Che rappresentano sia i migliori amici del nomade sia il loro pranzo, o i loro soldi sotto forma di pelle e carne che poi venderanno. Non c’è spazio per l’amore come lo intendiamo noi per gli animali, è un rapporto che passa dalla cavalcata allo scuoiamento senza ordine di continuità.

Si può giudicare?

No, si può solo osservare e prendere nota.

È per questo che siamo qui. La tanto attesa acqua, in un’estate davvero secca che sta costringendo molti nomadi a spostarsi più spesso del solito in cerca di pascoli, arriva infine sotto forma di burrasca: il cielo si tinge di un viola plumbeo e poi…di marrone, mentre un vento fortissimo solleva tutta la polvere di queste steppe semi 142 desertiche e ce la riversa addosso. Abbiamo vissuto anche una tempesta di sabbia, bene. Quante ore è che siamo qui??

Mentre la tempesta passa e la notte arriva, tutti sono ancora intenti a scuoiare le carcasse dei cavalli, in una conviviale attività sociale a metà tra il macabro e il caratteristico.

Tra birre bevute nel fondo di una bottiglia di Sprite come bicchiere, passato di mano in mano, vodka che non ci lasciano rifiutare di bere e…assaggino di palle di cavallo appena colte, è una grande festa. Ed è solo il primo giorno…cosa ci aspetterà domani?

3 agosto 2017 – routine nomade sulla Transmongolica

 

 
 
 
 
 
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È difficile stabilire una routine per questi nomadi, ogni giorno non succede niente eppure succede qualcosa di sempre diverso.

La barriera linguistica poi aiuta a rendere il tutto più misterioso: non parlando praticamente una parola di inglese, a parte i nomi degli animali della fattoria e i numeri, è davvero difficile riuscire a fare domande, ancora di più a dare risposte.

Ci sono molte cose che vorremmo chiedere, come ad esempio: perché vostra figlia ha il pisellino?

Che aspettativa di vita ha un mongolo medio, mangiando solo carne tutta la vita?

Ma soprattutto, secondo quale criterio fate le cose?

Un esempio di questo è il lazo: quasi ogni sera alcuni degli animali della famiglia vengono riuniti nel recinto. Una sera sono i cavalli, quella dopo le pecore, quella dopo le mucche.

Dopo la prima sera, in cui alla nostra esaltazione per questa scena è seguito il macello degli equini, siamo sempre un po’ preoccupati quando la vediamo arrivare…ma per fortuna non è più successo qualcosa di simile, e in realtà non riusciamo bene a capire cosa succeda esattamente.

Una sera hanno preso, al lazo e a mano, una quindicina di pecore: ne hanno tosata una, curata un’altra da un’infezione, e poi niente, lasciate tutte andare.

La loro bravura con il lazo è sorprendente, riescono a fare di tutto.

Anche se ci rimane sempre il dubbio se abbiano preso proprio l’animale che volevano, invece che uno a caso.

Sembra impossibile!

Un’altra sera hanno preso 3 cavalli: per fortuna niente coltelli a questo giro, gli hanno messo una testiera e poi li hanno semplicemente lasciati liberi con 3 zampe legate, un metodo molto usato qui per tenere i cavalli vicini (possono camminare ma senza spostarsi di molto) senza doverli tenere in un recinto.

Qualche giorno dopo è venuto il momento della doma: morso in bocca, sella sulla schiena e così, in 10 minuti, un nomade è salito su questo povero cavallo adulto mai stato montato prima. Parte il rodeo, vola 15 centimetri sopra terra, capriole e salti.

E dopo qualche minuto di questo spettacolo, fine, cavallo domato, pronto per andare a radunare le mandrie.

Altro che noi europei! Molto interessante vedere e partecipare a tutto questo, ma non possiamo fare a meno di chiederci sempre con preoccupazione: quando spunteranno nuovamente i coltelli, insieme alle corde?

5 agosto 2017: quanto ci vuole a smontare una ger?

Transmongolica - smontare una gher mongola

Nella nostra immaginazione, essere nomadi implica percorrere grandi distanze, spostarsi di continuo alla ricerca di più verdi pascoli e fiumi.

Ci avevano detto che la famiglia da cui saremmo stati avrebbe probabilmente avuto necessità di spostarsi mentre eravamo con loro, quindi eravamo preparati.

Ma mai avremmo pensato di smontare due intere ger e rimontarle (non è certo come montare una tenda da campeggio!) a distanza di nemmeno un chilometro da dove stavamo prima…mah, misteri dei nomadi. La ger è un capolavoro di ingegneria antico come il mondo.

Una struttura di legno pieghevole, sormontata da pali che si uniscono a raggiera nella struttura centrale, un cerchio di legno o di metallo tenuto su da uno o due pali, sotto il quale si posiziona la stufa. Tutto è tenuto insieme da corde fatte di crini di cavallo intrecciati.

L’aspetto estetico non viene tralasciato, visto che lo strato interno è un colorato telo con motivi floreali.

Poi sopra vengono appoggiati strati di lana di pecora, un telo impermeabile, e infine il bianchissimo telo bianco che rende le ger così fotogeniche.

Poi ci sono i mobili interni e i decori, come i tappeti, e i pavimenti, in linoleum o finto legno o finte piastrelle, insomma, nulla è lasciato al ca- 144 so. Due o tre ore per smontare il tutto e caricarlo sul pick-up, altrettante per rimontarla a poche centinaia di metri di distanza.

Un processo affascinante ma uno sbatti decisamente superiore ai benefici, no?

Sarebbe bello chiedergli la motivazione…un giorno, o in un’altra vita, studieremo il mongolo e torneremo qui, a chiedere il perché di tante cose e a capire veramente questa cultura così antica è così affascinante.

6 agosto 2017 – i traumi col cibo continuano

La capacità dei nomadi di inventarsi ogni giorno due pasti differenti, mai due volte esattamente uguali, con pochissimi strumenti e pochissimi ingredienti è davvero straordinaria.

La mamma, seduta su uno sgabello basso e con un tagliere sulle gambe, prepara molteplici pasti usando solo 5 ingredienti: acqua, farina, cipolle, latte, carne.

Questi si trasformano di volta in volta in minestra, noodles, ravioli…sempre con carne.

Rigorosamente cotti sulla stufa, rigorosamente alimentata a cacca di cavallo. Posta la bravura della cuoca nel provvedere alla famiglia con così poco a disposizione, il cibo è davvero una nota dolente, quella che ci sta pesando di più in assoluto. Sì, decisamente più che non farci la doccia.

Tutto ha lo stesso odore, tutto ha lo stesso sapore (terribile).

La carne che usano è quella di scarto, che i pezzi buoni vengono venduti a Ulan Bator e vanno sul mercato cinese.

Abbiamo visto con i nostri occhi questa operosa donna, aiutata da Marco, svuotare l’intestino ancora caldo di un cavallo dalla cacca contenuta, lavarlo e riempirlo di carne per farne delle terribili salsicce.

Il fatto di averlo visto fare ha reso ancora più difficile mangiarle, non vi diciamo poi il pensiero che quelle che noi compriamo al supermercato non siano poi fatte in modo molto diverso.

I nostri modi per scartare il cibo senza offendere i nostri ospiti (che mangiano tantissimo, e si aspettano che facciamo altrettanto) stanno diventando davvero intricati: dal buttare il cibo fuori dalla ger quando non guardano, al darlo al cane, al rimettere i pezzi di carne dentro la pentola.

Sogniamo piatti vegetariani a qualsiasi ora del giorno e della notte, e tremiamo quando sentiamo quell’odore di cibo che pervade tutto.

E non sapevamo che il peggio doveva ancora venire……..(siete curiosi eh?).

La nostra unica speranza, la luce nella notte dei nostri tristi pasti nomadi è lei, l’unica e la sola: la Nutella, fedele compagna che, dopo la transiberiana, ci ha accompagnato anche qui. Un barattolo quasi finito, che vediamo ogni giorno avviarsi alla fine con disperazione…

7 agosto 2017 – meno male che è finita…:D

Pensavamo di aver toccato il fondo con le salsicce budellose…e invece no…il cibo dei nomadi non smette di stupirci, e disgustarci.

Abbiamo capito che era arrivato quando abbiamo visto tornare il nostro ospite con una tagliola in mano, e dentro la tagliola…una marmotta!!! All’inizio siamo stati un po’ ingenui, mai avremmo pensato che quella sarebbe stata la nostra cena. “Ci faranno un cappello”, ci illudevamo.

Ma quando hanno staccato la testa e tolto gli organi interni, mettendoli accuratamente in una ciotola con cipolle e sale, abbiamo capito. Stavamo per assaggiare il Boodog, il piatto più tipico e più sacro della tradizione mongola (che fortuna, eh?!).

Come l’hanno cotta però è la vera assurdità! Un metodo molto particolare, disgustoso in parte ma interessante nella forma…siete curiosi, eh? Allora leggete qui!

15 agosto 2017 – Verso il nulla

 

 
 
 
 
 
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Visitare il deserto del Gobi è un’altra di quelle cose che non si possono non fare in Mongolia.

Essendo poi a sud, sulla strada per la Cina, niente di più comodo per proseguire il nostro itinerario, giusto? No, per niente. Perché la parte più interessante del Gobi è un po’ più ad ovest di dove passa la linea ferroviaria, e perché la Mongolia ha questo divertente sistema di trasporto pubblico a raggiera con al centro Ulan Bator, per cui si possono raggiungere quasi tutte le province dal centro ma non ci si può spostare tra di esse senza tornare a Ulan Bator.

Quindi niente, pare che la cosa più comoda sia un tour ad anello da Ulan Bator.

Già odiamo i tour, in più questi costano un sacco di soldi, ma che fare?

Decidiamo di limitare il danno scegliendo l’opzione più economica e meno turistica: solo una macchina e un autista, dormiremo in tenda, cucineremo noodles liofilizzati e impareremo il mongolo perché un autista che parli inglese costa di più.

E così ci troviamo di nuovo nel mez- 146 zo del nulla della Mongolia, percorrendo centinaia di chilometri su quelle che Google Maps segna come strade ma che in realtà sono sentierini a malapena segnati e totalmente senza indicazioni, insieme ad Amba, il nostro autista, e a Kia, una ragazza danese che sta facendo il nostro stesso giro via terra dell’Asia, ma al contrario.

Capiamo subito di aver fatto una figata a scegliere questa opzione: dopo poche ore di viaggio ci fermiamo in una ger bellissima dove ci rimpinzano di cibo e del tipico liquore locale, fatto di latte di cavalla fermentato; devono essere amici dell’autista perché non era assolutamente previsto, anzi nei tour una visita alle ger la fanno pagare a caro prezzo.

Poi, la seconda mattina, il nostro autista riceve la telefonata di qualche amico. Parlano un po’ al telefono, poi lui armeggia con la cartina, si volta a guardarci e ci dice “Nadaam?”.

Il Nadaam è la festa più importante della Mongolia, settimane di eventi sportivi e attività varie che si tengono a luglio, momento in cui questa terra si riempie di turisti e che ovviamente noi ci siamo persi perché siamo arrivati troppo tardi, con molto dispiacere.

Quindi sentirci proporre di vedere il Nadaam, cosa assolutamente non prevista né dal tour né dal periodo, ci coglie di sorpresa.

Ovviamente accettiamo! Arriviamo in un punto nel mezzo del solito nulla in cui c’è qualcosa: una stupa, la tipica costruzione buddista, tante macchine cariche di cavalli nei dintorni, e un tendone pieno di cibo (come un montone fatto a pezzi, cotto, e poi ricostruito…inquietante).

Sempre più persone si radunano intorno a questo tendone, monaci buddisti intonano canti armoniosi, il pubblico muove le mani all’unisono, lancia riso, beve.

Noi osserviamo in disparte questa scena, consci di essere gli unici stranieri in questa parte di mondo così lontana da tutto.

Poi gli sguardi diffidenti delle persone radunate si trasformano in sorrisi, ci fanno cenno di avvicinarci, ci offrono da bere, ci allungano con un gesto cerimoniale delle curatissime boccette piene di una polvere profumata da annusare, ci fanno sedere in mezzo a loro.

Non capiamo bene cosa succede, ma ci rendiamo anche conto che la bellezza di questo momento deriva anche proprio dal fatto che non è facile, non c’è qualcuno che traduce e ci spiega, cerchiamo di interpretare questo mistero umano che abbiamo davanti e di farne parte.

Poi comincia la parte sportiva tipica del Nadaam: centinaia di bambini, anche piccolissimi, salgono sui loro cavalli, tutti bardati con drappi colorati, e si allontanano nella steppa.

Passa mezz’ora, forse anche di più, e poi lo intravediamo: il polverone sollevato dai cavalli lanciati nella corsa verso di noi in questa folle gara di velocità. Siamo riusciti anche ad assistere a una delle tradizioni più sentite della Mongolia, le corse con i cavalli durante il Nadaam.

Felici e soddisfatti riprendiamo la strada, ci aspettano ancora tanti chilometri di ipnotico, immenso, bellissimo nulla prima di arrivare ad un altro tipo di nulla: il deserto.

16 agosto 2017 – il deserto

 

 
 
 
 
 
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Dire “deserto del Gobi” in realtà è come dire “metà della Mongolia” visto che già dopo 150km da Ulan Bator ci si trova nel Middle Gobi.

In realtà il paesaggio non è cambiato granché, e non cambierà per altri 500 km, finché non arriveremo alla riserva naturale Gurvan Saikhan, quella delle dune di sabbia e delle più famose immagini del Gobi che popolano l’immaginario occidentale. 500km di polverose strade saltellanti e sassose su un pulmino che sembra uscito dalla Guerra Fredda.

Marco riesce miracolosamente a leggere (o fa finta), Ilaria e Kia non ci provano nemmeno e si godono lo spettacolo ipnotico e tutto uguale che scorre dal finestrino.

È incredibile la grandezza della Mongolia, la quantità di SPAZIO pieno di NULLA che hanno.

Solo erba, qualche montagnetta, tanti animali liberi che attraversano la strada, alcune ger e un paio di macchine. Fine.

Fa strano pensare che noi in Italia siamo circa 60 milioni, e ci arrampichiamo su montagne, colline e scogliere a mettere le nostre casette per starci tutti. Loro hanno un territorio che sarà 10 volte quello italiano e lo abitano in soli 3 milioni.

Cioè, 3 milioni è il numero di abitanti di Roma…ancora più assurdo pensare che nella vicina Cina la città di Pechino, la prossima che visiteremo, abbia invece più di 20 milioni di abitanti da sola!

Insomma, questi sono i pensieri che percorrono la mente mentre si attraversa tutto il Gobi che c’è prima del Gobi.

Poi lentamente qualcosa inizia a cambiare: il verde si fa sempre più rado, sostituito prima dal grigio dei sassi e poi dal rosso del terreno argilloso, che crea grandiosi canyon come quello di Bayanzac.

Dormiamo in un’oasi, vicino a tanti gruppi di ger per turisti, ma nascosti da piccole dune che ci fanno sentire come se quello spettacolo fosse tutto per noi, con la Via Lattea che ci fa l’occhiolino e una luna rossa come il canyon che sorge dall’orizzonte.

Poi continuiamo a guidare, e a guidare, e a guidare.

La macchina si inerpica sulle montagne, sentierini tortuosi e ripidi all’inverosimile, fino a sbucare infine nella vallata successiva…ed eccole lì: le dune di sabbia.

Una striscia perfetta, sembra fatta da un bambino che gioca con la sabbia, alte e maestose come montagne dorate. Stiamo arrivando!!

17 agosto 2017 – che fatica!

 

 
 
 
 
 
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Se vi siete mai chiesti come sia arrampicarsi su una duna di sabbia, ecco la risposta: un inferno!!!!!!

Pensate alla neve fresca in montagna, e immaginate doverne scalare 400 metri a piedi nudi sprofon- 148 dando ad ogni passo e scivolando di nuovo a valle di svariati centimetri. Se poi per evitare di seguire “la strada turistica in mezzo a tutti” decidete come noi di salire in “sabbia fresca”, la cosa peggiora.

Arranchiamo, sudiamo, urliamo, ci fermiamo a fare qualche foto, più per la scusa di riprendere fiato che per la foto in sé, sempre con occhio preoccupato alla posizione del sole e la paura di non fare in tempo a goderci il tramonto.

Solo questo e l’idea di arrivare in cima ad una “duna Vergine” ci spingono a continuare. In questo frangente si vedono i diversi approcci alla vita (e alla fatica): Marco, che apre la fila, forte di anni di allenamento e di una testardaggine di ferro, sale dritto per dritto, quasi arrampicandosi, arrancando nella sabbia.

Ilaria, molto meno incline allo sforzo fisico, tra una bestemmia e l’altra decide di virare a destra e di salire in diagonale, allungando di molto la strada ma risparmiando qualche energia.

Kia cerca la via di mezzo, segue prima Marco, poi Ilaria, poi taglia a metà salendo in verticale. Si ritrovano in cima, ansimanti e stanchi, mentre il sole cala all’orizzonte, lontano da tutti i turisti che si contendono la duna più “comoda” (sulla quale il sole è già tramontato, che sfigati!).

Davanti a noi il mare delle dune, dietro quello della steppa, il sole che tramonta, una birra in mano, discorsi profondi sul senso della vita e della morte.

E la notte cala così sul deserto e su di noi, che ci sentiamo piccolissimi davanti a questo spettacolo ma anche giganteschi per essere riusciti ad arrivare fino qui (in tutti i sensi) con le nostre sole forze. L’unica nota dolente?

La birra, calda e pure schifosa, portata per chilometri da Ulan Bator per brindare a questo momento, che oltre ad essere bellissimo per la scenografia cade anche nel giorno del nostro “viaggiomesiversario” (eh sì, già un mese…o solo un mese…non sappiamo bene come definirlo!).

Stiamo arrivando alla fine di questa prima parte del nostro Viaggio Solo Andata…prossima tappa, la Cina! 

Gli ultimi chilometri di Transmongolica: 22 agosto 2017 – chi ben comincia…

 

 
 
 
 
 
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Gli spazi infiniti della Mongolia, gli animali liberi al pascolo più numerosi delle persone, ci hanno rapito il cuore.

E nel caso di Ilaria non solo quello, ma anche il telefono.

Quindi la nostra partenza in treno da Ulan Bator per concludere la nostra rotta transmongolica, arrivando a Pechino, non è stata delle più tranquille.

L’arrivo nella capitale Cinese, con le sue migliaia di persone, le file per uscire dalla stazione e il suo caldo MORTALE, non ci ha fatto innamorare proprio a prima vista di questo Paese. I venditori insistenti, gli sputi continui per strada, l’arte tutta cinese del rutto e scoreggia libera modulata...lo shock culturale si è sentito!

Avendo dovuto anche avere a che fare con le sue forze dell’ordine per la denuncia del telefono, poi, abbiamo visto subito il muso più duro della Cina.

Ci è voluto un po’ perché qualcosa cambiasse.

Visitare i tipici quartieri cinesi, fatti di casette basse e carretti trainati da vecchietti sdentati su biciclette ancora più vecchie, ci ha un po’ ammorbidito.

Ma quello che ci ha davvero conquistato è stato ciò che è successo fuori dalla Città Proibita. In un pomeriggio caldo che più caldo non si può, dopo aver scoperto che i biglietti del giorno erano esauriti, ci siamo concessi un gelato sulle rive del canale che costeggia le mura.

Unici turisti occidentali in quel frangente, avevamo tutti gli sguardi puntati addosso. Non capivamo bene il motivo di quell’attenzione, fino a quando una giovane mamma si è fatta avanti, mettendo la mano di sua figlia di pochi anni in quella di Ilaria, mostrando la macchina fotografica.

Un sorriso imbarazzato, uno sguardo perplesso, e la mamma se ne va felice con la sua bambina e il suo trofeo fotografico.

Da lì è stato un attimo: frotte di cinesi armati di macchina fotografica, smartphone e bastoncino per i selfie hanno iniziato a farsi avanti, formando quasi una fila!

Uno dopo l’altro volevano farsi una foto con noi, chi con Marco e la sua barbona scura, chi con Ilaria e i suoi capelli biondi.

Da turisti a VIP in pochi secondi, mancavano solo gli autografi. Quando questa scena si è esaurita, ridevamo come matti!

E sapevamo che anche il popolo cinese ormai ci era entrato nel cuore, nonostante tutto!

24 agosto 2017 – grilli ammaestrati

Girando per Pechino, soprattutto negli hutong più antichi e caratteristici, si può rimanere sorpresi dall’improvviso rumore di…grilli.

Sì, nel mezzo di una città da 20 milioni di abitanti, il canto dei grilli lascia alquanto perplessi.

Poi ci si rende velocemente conto che non si tratta della natura che si riappropria della città, bensì di poveri grilli tenuti in delle piccole gabbiette, strani souvenir che effettivamente si vedono spesso nei negozietti della capitale. Avete presente il Grillo fortunato di Mulan? Ecco, uguale.

Strani gusti, questi cinesi. Ammettiamo di esserci chiesti se eventualmente li tenessero per mangiarli, quello sì.

Ma mai ci saremmo aspettati quello che poi abbiamo scoperto!

Decidiamo di andare a fare una cosa che ci piace molto, ovvero un walking tour della città, uno dei pochi tour che solitamente apprezziamo perché permette sempre di scoprire qualcosa di interessante e di poco noto.

Quelli gratuiti sono i migliori, e non perché siano gratuiti (si finisce sempre per lasciare un sacco di mancia!) ma perché le guide sono solitamente molto brave (motivate appunto dalla mancia). Questo tour, invece di portarci nei soliti luoghi, ci ha fatto addentrare nei quartieri più autentici della città, gli hutong appunto, e la nostra guida ci ha anche portato a casa di un personaggio del luogo. “È molto famoso qui” ci ha detto, “è un grande giocatore di cricket”.

Ora, questa conversazione avveniva in inglese, e voi cosa pensereste?

Noi al cricket, il tipico sport inglese! Potete immaginarvi la nostra sorpresa quando il nostro ospite, un anziano signore dalla faccia buffa che sembrava averle prese sui denti, le mazze da cricket, inizia a tirare fuori dei giganteschi grilli. Eh sì, quei “cricket”!

Scopriamo quindi che i cinesi si dilettano in questo straordinario sport, di cui il nostro ospite è stato un grande campione, e per dimostrarlo ci mostra sue foto sui giornali locali: il combattimento tra grilli. I grilli vengono catturati, addestrati e fatti combattere.

Non vengono mai toccati con le mani, per non rischiare di fargli male, hanno tutta una serie di strumenti per il loro benessere tra cui il “rimuovi-pupù”, e vivono in contenitori dotati di tutti i comfort che neanche l’attico in Duomo.

Questi grilli sono così viziati che stanno proprio bene dove stanno, tanto che le loro “case” vengono lasciate aperte e questi non provano nemmeno a scappare!

Insomma, se ne vedono davvero di ogni in Cina, i grilli domestici non ce li aspettavamo proprio. E dire che pensavamo se li mangiassero… Ah, ma non saremmo rimasti certo delusi sul fronte del mangiare insetti……..

25 agosto 2017 – a proposito di cibo…

 

 
 
 
 
 
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Della Cina si dice davvero di tutto, circolano infinite leggende metropolitane su questo popolo e soprattutto sua sua cucina.

Dai cani agli scorpioni, ci aspettavamo quasi di arrivare qui e ritrovarci a fare la fame per non superare il nostro personale record del cibo più assurdo mai mangiato, conquistato faticosamente in Mongolia con la marmotta.

Immaginatevi quindi la nostra sorpresa (e anche un po’ di sollievo) nell’arrivare a Pechino e scoprire che la cosa più strana che trovavamo in giro erano anatre intere appese a ganci nei ristoranti, con tanto di becco ancora attaccato e uno strano colorito rossastro.

Piuttosto, che fine hanno fatto gli involtini primavera e il gelato fritto?

Quei malefici cinesi in italia ci hanno illuso che questo fosse il cibo tipico, e invece non ce n’è traccia! Quando poi ci siamo resi conto che i grilli che popolano le città non sono da mangiare, abbiamo pensato che fossero tutte leggende metropolitane quelle sugli insetti in Cina.

Ci sbagliavamo…….. Abbiamo scoperto dopo che dovevamo andare in un posto particolare per scoperchiare il vaso culinario di Pandora cinese, una strada stretta e piena di fumo accanto ad una delle vie dello shopping più famose di Pechino: la celebre Wangfujing!

Arrivati alla metropolitana si pensa di aver sbagliato posto: ad accoglierti ci sono negozi Gucci e Rolex, turisti eleganti, bei palazzi.

È veramente facile non notare la piccola via dello Street food sulla sinistra, ma appena ti avvicini capisci che non potevi sbagliarti. Ad accoglierti ci pensa uno stand che offre spiedini di scorpioni, e per far vedere quanto sono freschi, un po’ come il pesce al ristorante, alcuni si divincolano ancora.

Lo stand successivo offre prelibatezze quali scarafaggi, larve e altri insetti di difficile identificazione.

Quello dopo ancora affianca degli spiedini davvero inquietanti fatti di uccellini interi, dal becco alle zampe, a spiedini di tarantola.

Una delizia!

Optiamo per qualche assaggino di cose più tradizionali come dei classici ravioli, con la scusa che queste delizie locali costano troppo, e poi dai è troppo turistico mangiare gli scorpioni a Wangfujing su, e facciamo per andarcene notando che comunque non ci sono molti cinesi che effettivamente assaggino queste stranezze.

E poi eccola, ci passa davanti una bambina locale, tutta soddisfatta con il suo spiedini di scorpioni in mano.

Si siede, lo osserva estasiata e poi via, lo addenta con tutto il pungiglione!

26 agosto 2017 – Quella Meraviglia del mondo

 

 
 
 
 
 
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Prima ancora di arrivare in Cina sognavamo questo momento: camminare sulla grande muraglia,anzi dormirci sopra.

È questo che la maggior parte delle persone fanno quando si recano in Cina, sognano di vedere una delle 7 meraviglie del Mondo.

Ed è così che la mattina si parte con un pulmino colmo di turisti, che dopo qualche ora ti scarica alla tanto ambita meta, così ti armi di coraggio e segui la folla, fai il tuo biglietto e sali su un’affollata muraglia…… Ci è bastato vedere qualche foto per capire che quella non era l’esperienza che stavamo cercando.

Non volevamo ritrovarci insieme a centinaia di persone a dover subire il caos e la confusione, senza parlare dei venditori ambulanti che ti seguono cercando di venderti qualcosa…questo forse va bene per il turista che si accontenta di mettere una X sulla colonna: “vedere la grande muraglia”, ma a noi avrebbe fatto impazzire di rabbia.

Ed è così che abbiamo optato per una parte di muro non restaurata e chiusa al pubblico, ma non accontentandoci abbiamo portato con noi il nostro zainone con tutto l’occorrente per dormire e sopravvivere sulla muraglia. Partiamo con calma, senza fretta prendiamo un autobus da Beijing che dopo circa un’ora ci lascia in un paesino caldo ed umido.

Aspettiamo un secondo autobus e nel frattempo veniamo assaliti da qualche tassista abusivo che vuole farci credere che non c’è bus che ci porti alla muraglia e convincerci a salire con lui… ovviamente non ci caschiamo e dopo circa 30 minuti ecco arrivare il nostro H21, l’autobus che ci porterà in uno sperduto paesino dove l’accesso alla muraglia è stato chiuso da tempo almeno sulla carta, infatti sappiamo bene che è possibile accedere al muro in un modo o nell’altro.

Scendiamo dall’autobus e siamo gli unici turisti, buon segno; proseguiamo la camminata in quella che crediamo essere la direzione giusta, ma il bosco ha la meglio e siamo costretti a tornare indietro e provare un’altra strada, saliamo con il pesante peso sulle spalle, ogni tanto incontriamo qualche ruscello che ci aiuta a rinfrescarci durante la calda marcia, in ogni caso il desiderio di vedere la muraglia fa sparire il caldo umido e afoso insieme al dolore provocato dai chili che abbiamo sulla spalle.

Saliamo fino a quando finalmente non arriviamo alla base del muro, e finalmente siamo lì, sull’imponente muraglia cinese, 8000 km di solido muro costruito con l’intento di tenere fuori i nemici. L’emozione è forte, soprattutto quando girandoci intorno ci rendiamo conto che siamo soli…il silenzio regna sovrano insieme allo splendore della muraglia.

Decidiamo di prendere a destra iniziando a salire, sempre in silenzio ed affascinati da quello che vediamo intorno a noi, km e km di muro si perdono a vista d’occhio, il suono del vento ed il gracchiare delle cornacchie ci accompagna durante la nostra faticosa salita lungo la muraglia: non ci sono turisti, lunghe code da fare, ticket da pagare o venditori ambulanti da scansare.

Il muro è tutto per noi è questo ci aiuta a combattere la fatica imposta dallo zaino, la marcia è dura ma dopo circa un’ora la fatica viene ripagata quando raggiungiamo un punto alto e panoramico, uno dei tanti avamposti di guardia che all’epoca sarebbe stato fonte di allerta nel caso qualche nemico si fosse avvicinato ma che adesso funge da riparo perfetto per la nostra tenda, e soprattutto ci offre un ottimo luogo dal quale possiamo vedere la muraglia perdersi a vista d’occhio sia ad est che ad ovest;

La vediamo salire lungo alte montagne e perdersi nel verde della foresta, uno spettacolo davvero impagabile.

È giunta così l’ora di piantare la tenda, operazione non facile visto che siamo sui duri e vecchi mattoni della muraglia, con uno spago ed un po’ di ingegno riusciamo a fissare la tenda a 4 dei suoi 9 ancoraggi che dovrebbero essere sufficienti a farci passare la notte sereni in assenza di vento. Essendoci assicurati un posto per dormire, proseguiamo la nostra visita alleggeriti di peso e carichi di entusiasmo.

Camminiamo fermandoci ad ammirare ogni minimo dettaglio apprezzando la maestosità del posto ed il magico silenzio, chiedendoci cosa doveva essere la vita sulla muraglia nel 300 a.C.

Per il tramonto torniamo nel nostro punto panoramico dove perdiamo tutto il tempo necessario a fare le dovute foto e ci godiamo lo scendere del sole in compagnia di un pacco di patatine.

L’indomani ci si alza presto per goderci l’alba…ancora in solitaria!

Insieme a solo il rumore del vento che muove la vegetazione circostante e il timido sole che in lontananza illumina la muraglia, ma il nostro tempo stava volgendo a termine e così che dopo una calda colazione abbiamo impacchettato tutta l’attrezzatura ed iniziato la nostra discesa verso il paese da dove siamo partiti. 

Così, in silenzio, ce ne siamo andati proprio come siamo arrivati, ma ci siamo portati dietro un ricordo che rimarrà per sempre.

28 agosto 2017 – per finire in bellezza, con i treni

Dopo la comodità dei treni russi e mongoli, quelli cinesi sono stati uno shock.

Nella stessa dimensione di un qualsiasi altro treno, i cinesi sono riusciti a infilarci due letti a castello in più sopra i quattro classici, per un totale di 6 letti a scomparto.

Non vi diciamo la fatica per arrampicarsi lassù, a 10 centimetri dal tetto, che per muoverti devi praticamente strisciare.

E prenotare quelli sotto sembra un’impresa impossibile, anche con giorni di anticipo.

Gli occupanti dei 4 letti sotto hanno quindi diritto a stare seduti comodi, mentre i due sopra sono condannati a scegliere se passare la giornata sdraiati a letto o sedere su due minuscoli e scomodi sgabelli sul lato opposto del treno. Insomma, ci manca la transiberiana!

Ecco forse perché nessuna rotta che attraversi la Cina sembra avere la stessa fama, per quanto i paesaggi siano a tratti straordinari.

A intrattenerci però ci hanno pensato di bambini, per fortuna.

Sorpresi e affascinati da questi occidentali sui loro treni, hanno fatto di tutto per comunicare con noi nonostante la timidezza! Rendendo anche queste ultime tratte di Transmongolica, anche se ormai Pechino l’abbiamo superata, sempre più epiche. <3

 

Conclusioni

Grazie per aver percorso con noi questi 3 mesi tra Russia, Mongolia e Cina lungo la transmongolica. Speriamo di averti trasmesso almeno qualche goccia delle emozioni che abbiamo provato noi!

Se anche tu vuoi partire per questo viaggio epico, ricorda che abbiamo scritto la guida che fa per te. Facci sapere se il racconto ti ha emozionato nei commenti e ricordati di condividerlo con i tuoi amici viaggiatori. Farai felici loro e noi!

Può sembrare un piccolo gesto, ma per noi vuol dire tanto!

Un abbraccio,

Marco & Ilaria

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