Viaggiare senza muoversi e il potere del viaggio fisico

irene viaggiare senza muoversi

Da una lettrice di Viaggiosoloandata.it:

“Vorrei chiacchierare un po’ del viaggio senza dubbio più duro di tutti: quello che si fa senza spostarsi, viaggiare senza muoversi insomma, e in che modo il viaggio fisico lo agevoli.

Per esperienza personale penso di poter affermare che ogni volta che l’essere umano compie un viaggio a medio e lungo termine, in solitaria, o comunque non preconfezionato, stia andando alla ricerca di chi è veramente.

Andiamo a conoscerci perché avvertiamo che i condizionamenti che riceviamo sin dalla nascita offuscano la conoscenza della nostra essenza, creando un immagine di noi a cui crediamo ciecamente. Un’immagine che nutriamo, a cui ci attacchiamo che sia per amarla o che sia per giudicarla e, più o meno segretamente, criticarla. Ma è un’immagine, non la realtà.

Questo è un discorso lunghissimo che si dirama in mille direzioni e che richiede un sano rigore per poterlo affrontare. Io non ho pretese di dare risposte poiché ognuno trova le proprie da sé, né di dire delle verità, perché è vero solo ciò che in noi risuona tale.

Son qui solo per condividere qualche riflessione maturata nel corso di lunghe osservazioni di me stessa e degli altri, sia in sedentaria che durante i miei viaggi.

 

Perché proprio io a parlarvi del viaggio, soprattutto del viaggiare senza muoversi?

Devo farvi una confessione: ho scritto questo articolo per Ilaria e Marco di getto, ho scritto ciò che sentivo vivo dentro di me. Poi è bastata una domanda di Ilaria a mettermi in crisi.

Mi ha chiesto: perché proprio tu dovresti scrivere queste cose?

Mi ha incastrata, vecchia volpe 🙂

Allora dopo due giorni che penso a cosa scrivere, inizio, e poi cestino tutto perché mi sembra di mettermi in vetrina, mi son chiesta se potessi rispondere a quella domanda senza andare in panne. Mi son chiesta cosa ci sia in quella richiesta che mi fa sentire così a disagio. Si, esatto, mi manda in panne l’idea di mettermi in vetrina. Ma non entriamo in un altro interminabile argomento.

 

La verità è che quasi chiunque potrebbe scrivere ciò che ho scritto io, chiunque con un unico requisito: deve averne avuto abbastanza di provare quell’ insidioso malessere sotto pelle, e deve aver avuto voglia di guardare le dinamiche del proprio malessere in faccia, invece che scappare., Potrebbe essere anche chiunque si sia almeno accorto di quando e quanto prende la tangente dalle proprie responsabilità interiori.

Mi sento un essere decisamente fortunato.

 

Mi presento:

nascere viaggiatrici

Mi chiamo Irene, e sono fortunata per tanti motivi.

Son nata in un luogo dove non rischio ogni giorno di saltare in aria, son nata sana, conosco l’amore degli amici, quelli veri, senno’ non si chiamerebbero tali. Ho due genitori che mi amano e che non solo non mi hanno mai fatto mancare niente, ma mi hanno regalato degli stimoli che mi hanno donato una veduta molto ampia sulla vita.

 

Son nata viaggiando, son cresciuta viaggiando. Sono americana, africana, spagnola, francese, italiana. Ancora non son stata in Asia ma mi son sempre sentita asiatica. E allo stesso tempo mi sento oltre tutto ciò. Tutto questo è per me un immenso tesoro da coltivare e condividere. 

 

Il lavoro di mio papa’ mi ha portato a vivere per anni in America e in Africa. Quando son tornata in Italia non avevo radici, trovavo assurde molte cose della società occidentale e, nonostante fossi socievole, mi ci è voluto un po’ per riadattarmi. Così dai 17 ai 24 anni sono rimasta in Italia per proseguire gli studi, ma a 24 anni son partita per New York dove son rimasta per 13 anni. Nel frattempo i miei genitori si erano trasferiti in Sud America, questa volta per lavoro di mia mamma, così  ho ricevuto il dono di poter visitare più volte Perù e Venezuela, ogni volta che esami universitari o il lavoro lo permettevano.

 

Eppure,  a parte le disastrose vicende della vita che arrivano come tsunami a svegliarti dal torpore di una sottile mancanza di pace, qualcosa non quadrava mai del tutto. C’era in me sempre tensione, onde più o meno lunghe e risacche più o meno violente di una sofferenza dai mille volti, totalmente inascoltata.

è stato al culmine di una situazione molto pesante nella mia vita che ho smesso di voltare le spalle a me stessa, mi son seduta e son rimasta a guardare. Per anni, e tutt’ oggi.

 

Son tornata in Italia 5 anni fa. In questi anni non ho potuto pensare a viaggiare, ma ora, già da un po’ in effetti, sento come se avessi dentro un cavallo che nitrisce, sbuffa e recalcitra. So che e’ la mancanza del viaggio.

Mi son chiesta tante volte perché e vorrei  condividere in questo articolo le domande che mi son posta e le risposte che  sono erte dentro di me.

 

Io non sono né sveglia né “arrivata”. Quelle onde onde anomale che menzionavo poco fa  si infrangono ancora dentro di me. La piccola enorme differenza è che ora non le schivo, non volto loro le spalle, non le combatto. Ho compreso nel profondo che il terreno interiore è come il mondo esterno: alcuni luoghi li conosciamo, altri meno , altri ancora per niente, ma son tutti lì, e quando chiamano bisogna mettersi in viaggio ed andare ad esplorarli, leggeri possibilmente e, in questo caso,  senza “bagagli”.

 

Un antico e comune bagaglio: il controllo

In un sistema sociale in cui lo spazio ai “diversi” è riservato con onore solo dopo l’acquisizione di risultati eccezionali che giustifichino tale diversità, la tendenza è quella di normalizzare la mente. È più facile, d’altronde, controllare le persone tenendole in pugno che lasciandole libere di svolazzare in direzioni poco prevedibili, correndo il rischio che siano poco comode.

Ma quando vuoi trattenere una persona, che sia per controllarla, o perché vuoi che rimanga tale per sempre, essa muore.

Il malcelato meccanismo del trattenere!

Si insinua quotidianamente nelle nostre vite alimentato da una forza ancora più nascosta. È quasi banale, eppure il piu’ delle volte non ce ne accorgiamo.

Tratteniamo ciò che abbiamo paura di perdere.

Tratteniamo un posto di lavoro che non ci soddisfa quando siamo fortunati, o che ci sottomette quando ci va peggio. Tratteniamo, o a volte arranchiamo per tenere, uno stile di vita che non ci dà nessun valore aggiunto. Tratteniamo la persona che diciamo di amare, spesso confondendo l’amore con un bonario e inconsapevole interesse personale.

Tratteniamo per paura, e così, senza accorgercene, tratteniamo anche la paura.

Passiamo continuamente dalla fase in cui ci arrabattiamo per ottenere, a quella in cui ci ingegniamo ed annaspiamo per trattenere.

Ci raccontiamo che è normale arrabattarci perché ci sono, in ordine sparso : il mutuo, i figli, la carriera, la famiglia, le malattie, il cane, e chi più ne ha più ne metta.

E posso sentire una voce interiore, più o meno sommessamente sofferente ed arrabbiata.

È la mia, quella di amici, ma potrebbe essere la vostra, che sferza alterata un sonoro:

<< Ma che diavolo stai dicendo, ma hai idea di ciò a cui devo far fronte?>>

 

Viaggiare senza muoversi e osservazione di se’, il telescopio del nostro zaino interiore.

Qui non si parla di mollare il lavoro, la famiglia, o la malattia (questa non sarebbe male poterla mollare, no?), vivere da asceta o uscire dalla società.

Tutto il contrario.

Qui si parla di accorgerci delle paure che abbiamo, piccole e grandi, e di studiare, senza cercare di cambiarle, le dinamiche della nostra mente, strumento eccezionale ma spesso fuori ruolo. E ciò si può fare solo mentre siamo in relazione col mondo.

E se stai dicendo a te stesso <<io non ho paura>>, ci son solo due opzioni: o sei un saggio illuminato, o hai più paura di coloro che ammettono di averla.

Abbiamo paura, sostanzialmente, di essere nessuno, di essere soli. E più va avanti il tempo e più si ha paura di rimanere faccia a faccia con le nostre paure. Abbiamo paura anche di avere paura, ma spesso facciamo di tutto per scacciarla, e per distrarci.

In una società impostata sulla competizione, in cui “bisogna farcela”, in cui la maggioranza corre inseguendo la carota del successo, più che concentrarsi sullo sviluppo del proprio valore, reprimiamo paure che, se comprese, sbloccherebbero un’immensa quantità di energia.

Ma non bisogna avercela con la società, sarebbe una miope stupidaggine farlo.

La società siamo noi, siamo noi che abbiamo costruito un sistema, a partire dalle nostre relazioni più intime, quelle genitoriali, impostate sul premio/punizione, sul soddisfare le aspettative di chi amiamo, anche quando non ci viene richiesto.

viaggio fisico e mentale

Uscire dalla corsa del criceto, anche senza muoversi

Allora che facciamo, ce la prendiamo con noi stessi? Nossignore, non faremmo che alimentare il vecchio ingranaggio di auto flagellazione, assolutamente distorto e deleterio.

Come si può incolpare qualcuno di qualcosa che e’ fatto  in modo totalmente inconsapevole?

Bisogna vedere, con lucidità e sano distacco. E non si può vedere ciò che non si accoglie. Ma quando lo si fa incominciamo a cambiare dentro,

Non lo facciamo noi,  accade da sé, senza sforzo. Accade attraverso di noi, ma non è tutto nostro il merito.

Allora ci accorgiamo che la paura è un’amica che viene a svegliarci. Fino a che abbiamo bisogno di lei, lei non ci abbandonerà. Ci lascerà solo quando noi l’avremo accolta e compresa, compreso il suo messaggio, e con essa, compreso noi stessi.

E in tutto questo siamo soli, ma non isolati.

Siamo soli in quanto la via per trovare noi stessi e il senso di questo dono miracoloso che chiamiamo vita, siamo chiamati a percorrerla da soli.

I Maestri pronti ad indicarci la strada possono presentarsi sotto molteplici forme, ma bisogna avere orecchie per intendere e occhi per vedere. Può essere un amico, uno sconosciuto, un libro, un blog, un genitore, chi consideriamo nemico, un gatto, una nostra intuizione.

I Maestri hanno possibilità infinite di manifestazione, ma non aspettiamoci camminamenti a mezz’aria o aurore boreali in una stanza.

Essi ci indicano la via, ma le suole che si consumano devono essere le nostre.

Non siamo isolati, se riusciamo a vederlo, perché nel momento in cui conosciamo noi stessi, sentiamo qualcosa che ci abita, che non si vanta di sé, ma che è estremamente libero e potente, e così scompare il senso di separazione tra noi e l’altro.

Ma allora perché viaggiare nel mondo?

potere del viaggio

Spesso chi ha il cosiddetto travel bug, chi non riesce a non viaggiare, ha compreso ad un livello profondo, a volte semi-conscio, che il viaggio incrina le maschere che ci mettiamo sul volto ogni giorno quando siamo nella nostra conosciuta “comfort zone”.

Il viaggio mette ineluttabilmente in crisi quell’immagine di noi stessi e del mondo che ci siamo inconsapevolmente creati negli anni trascorsi al sicuro delle nostre case, lavori, stili di vita, famiglie e carriere.

Il viaggio dissipa le certezze e mette paura, fa emergere lati di noi che non ricordavamo o non sapevamo di avere, ci costringe a essere svegli, ad affrontare l’illusione del nostro sistema di credenze, a fare i conti con i conti sbagliati che ci siamo fatti, e con gli osti truffaldini che abbiamo ingenuamente accolto nel turbinare dei nostri pensieri, quando il corpo era metaforicamente scollegato dalla mente, e noi dalla vita.

Ripeto, non parlo del viaggio di 10 giorni nel villaggio turistico, contro il quale non ho nulla, ma che ha un altro scopo, sicuramente valido: quello di rilassarci e farci distrarre.

Il viaggio di cui parlo, non è una vacanza, non è distrazione. È una scoperta, è una chiamata alla presenza, è, per me, l’ esperienza più potente che un essere umano possa fare sul piano fisico.

Ti assale la paura, l’ansia dell’imprevisto, del non conosciuto, e non puoi scacciarla, perché sei in viaggio, e in viaggio sei nessuno.

La tua guardia interna si sveglia perché, in momenti di solitudine profonda, avverti un senso di pericolo. Dapprima lo attribuirai agli altri, poi ti accorgerai che è dentro di te, demoni creati dalla mente e morti nella stessa.

Allora quando inizierai a credere meno alla tua stessa mente, ti troverai ad un tratto senza mente, senza pensieri, senza bisogni, senza desideri, senza impulsi a trattenere ciò che stai vivendo, senza paure, pervaso da una corrente vitale che permea ogni cellula.

E questo davanti ad un tramonto, o un’alba, o un bambino che con un sorriso sdentato si unisce ai compagni di villaggio per tirare calci a una palla fatta di carta di giornale legata con lo spago.

Ed e’ chiaro che tramonti ed albe potresti vederli anche dall’alto della collina della tua città. Se andassi in un quartiere disastrato magari il pallone sarebbe di plastica, ma la sofferenza inadatta all’età di un bambino la vedresti comunque guardando oltre i suoi occhi.

Eppure, in viaggio è diverso.

È diverso perché prima di poterti sentire così, hai dovuto accogliere la tua paura, hai smascherato le illusioni che credevi reali e hai calmato le acque della tua mente.

Ora sei vivo.

 

 

Un abbraccio di cuore,

Irene

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