Lavorare come nomade digitale in azienda (anche se non è permesso) – Alessia

irlanda nomade digitale in azienda

È estate inoltrata, e come ogni anno tanti sognano le vacanze al mare. Quest’anno però, a differenza di altri, le cose sono molto diverse. Tantissimi dovranno lavorare, con tutto ciò che è successo negli scorsi mesi “staccare la spina” come eravamo soliti fare sembra impossibile. Ma…..

Ma molte di queste persone hanno anche un nuovo, grande vantaggio: il lavoro da remoto. E iniziano a rendersi conto che lavorare così significa flessibilità nello spazio, e per alcuni nel tempo.

Nello spazio perché non esiste più il concetto di ufficio come luogo fisso, obbligatorio, inevitabile: idealmente il lavoro di molti può essere svolto da ogni parte del mondo; e nel tempo, perché possibilmente si lavora per obiettivi da portare a termine entro la scadenza prefissata, durante orari più flessibili, almeno in parte.

Una grande opportunità di vivere in modo diverso agosto, il classico mese delle vacanze, giusto?

No, sbagliato. Perché purtroppo la mentalità è molto più difficile da abbattere che le pareti di un ufficio.

Ma se sei un lavoratore responsabile e credi fermamente nella possibilità di lavorare bene ovunque, ecco una notizia per te: potresti riuscirci ugualmente!

 

Se vuoi sapere di più di Alessia, ascolta il podcast con la sua intervista e guardala su YouTube!

 

Quando l’azienda ti dice che puoi lavorare da casa…sì, ma quale “casa”? 

Vivo in Irlanda, lavoro da remoto da metà marzo scorso, e la maggior parte dei miei colleghi sono stranieri, proprio come lo sono io! La domanda quindi è venuta spontanea.

In tanti abbiamo chiesto se “casa” potesse voler dire la nostra vera casa: Italia, Spagna, Germania, Olanda, insomma, fuori dall’Irlanda?

Dopo un mese e mezzo di attesa di una risposta, un lungo tempo di vana speranza, ci è stato detto che possiamo lavorare da remoto sì, ma solo entro il perimetro di quest’isola verdeggiante. Al di fuori non è consentito per una lista infinita di motivi burocratici, tra i quali il fatto che il governo irlandese esorta a viaggiare solo ed esclusivamente se indispensabile, e fino a ottobre saranno in vigore le due settimane di quarantena al proprio rientro (qui trovi l’elenco di Paesi in cui non è così).

 

Be’, questa notizia è stata la goccia che ha fatto traboccare il mio vaso.

Credetemi, in questi mesi sono state molte le occasioni in cui ho dovuto fare dei grandi respiri profondi, fermarmi un attimo e cercare di non cadere nello sconforto più totale. 

A partire da quando a marzo mi trovavo nel caos mentale più nero e pensavo di aver perso il lume della ragione. Mi svegliavo a ore improbabili della notte, agitata e incredula del fatto che la situazione in cui tutto il mondo si trovava fosse reale. Quasi mi veniva da darmi dei pizzicotti per assicurarmi che fossi veramente sveglia e che quello che stavo vivendo non fosse altro che un brutto sogno.

 

Fino ad arrivare a maggio quando un giorno qualunque della settimana lessi un articolo del professore universitario e sociologo Mauro Ferraresi che sintetizza il nostro attuale modo di vivere con l’acronimo SSTAI: Sanificazione, Sedentarietà, Telelavoro-teleamicizia-teleamore, A casa, Internet. 

Diversi storici sostengono che il il momento che stiamo vivendo non è altro che una “periodizzazione, cioè un evento storico che porterà cambiamenti da cui non si torna indietro come, ad esempio, la prima o seconda guerra mondiale”.

 

Il Covid ci ha insegnato cos’è la libertà. Ma non diciamolo troppo forte.

“Sono quasi le 5 e sono appena tornata a casa dopo una passeggiata di 4 km. Circa un’ora fa mi sono svegliata, ho aperto la finestra e come rapita dal canto mattutino degli uccellini mi sono messa un paio di jeans e sono uscita. Adoro essere libera di fare quello che mi sento quando e come voglio senza essere condizionata da troppi se, ma, forse…”

 

Questo lo avevo scritto qualche tempo fa. Ed è vero: una delle sensazioni più belle che mi è rimasta dopo il lockdown è questa, l’impressione di avere (finalmente) il controllo del mio tempo…anche se di nient’altro.

Bene. A me piace pensare che, nonostante tutto, possa ancora essere libera di gestire il mio tempo sia durante le ore lavorative sia al di fuori, anche oggi. 

Sembrerebbe logico così, d’altronde, visti i presupposti con il lavoro da remoto. Ma evidentemente no, dato ciò ciò che ci ha comunicato l’azienda per cui lavoro.

Eppure durante il lockdown ho assaporato quel tipo di libertà…e ora non vorrei rinunciarci. Vorrei fare le cose che ho sempre rimandato, perché anche questo ci ha insegnato il virus: non possiamo rimandare la felicità.

 

Ad esempio, vivo qui da diversi anni ormai, ma per mancanza di tempo non ho mai fatto un road trip dell’isola: mi è sempre piaciuta l’idea di percorrere in macchina la Wild Atlantic Way, sulla costa occidentale dell’Irlanda.

Ed è proprio vero: quando desideri fortemente qualcosa l’universo si mette in moto e così, dal momento che dopo ben 4 mesi di reclusione forzata non desideravo altro che evadere, non potevo che attrarre una persona che viaggia alla mia stessa lunghezza d’onda (per rimanere in tema di “wild ocean”)!  

irlanda superaleontheroad

Esperimenti di nomadismo digitale…senza che l’azienda lo sappia!

Lui è nomade nel dna perché è originario della Mongolia; ci conosciamo dal 2012 ma come potete immaginare la vita ci ha separati e fatti rincontrare a più riprese nell’arco degli anni; difficile tenere fermi nello stesso posto due spiriti liberi come noi! 

Dopo quasi un anno che non lo vedevo, Gabriel è tornato per un paio di mesi e in realtà abbiamo iniziato a viaggiare non appena ha rimesso piede in Irlanda! Dapprima mentalmente, fantasticando sulla nostra prossima meta, poi finalmente, trascorse le due obbligate settimane di quarantena, abbiamo noleggiato una macchina e siamo partiti per il viaggio di cui abbiamo parlato per anni!

Destinazione: Wild Atlantic Way!

L’idea è stata di unire l’utile al dilettevole. Abbiamo lavorato da remoto dal lunedì al venerdì e alternato poi weekend di solo relax e svago. 

 

La mia azienda non consente lo smart working al di fuori dell’Irlanda, giusto? Be’, poco male. Pensandoci bene questo non vuol dire che non possa utilizzare un pizzico di inventiva e riprendermi la libertà che ho ritrovato a modo mio.

Munita di laptop, ho deciso di girare l’Irlanda e connettermi per lavorare da uno spazio diverso dalla mia attuale dimora! Più facile per Gabriel, il quale previa autorizzazione del suo manager può lavorare anche da altri Paesi.

 

Lavorare da remoto per un’azienda mentre si viaggia: si può fare davvero?

Approfittando delle offerte last minute, perché l’Irlanda aveva dato il via libera alla riapertura delle varie attività commerciali solo da qualche giorno, abbiamo alternato soggiorni in hotel, B&B e ostelli.

Prima dello scorso marzo, la mia azienda non ha mai concepito nessun tipo di smart working, quindi negli ultimi quattro mesi mi ero sempre collegata esclusivamente dal salotto di casa mia, in cui ho un tavolo e una sedia da ufficio per maggiore comfort. Questa quindi per me è stata una grande prova, sotto ogni punto di vista.

Come è andata? Be’….

Portare il laptop in giro con me è stata un’esperienza che rifarei per il senso di libertà che ti dà.
Dal punto di vista tecnico non ho avuto particolari disagi, la connessione wi-fi ha sempre funzionato bene e, trovandoci in hotel o in B&B, avevamo sempre una presa per ricaricare il laptop a portata di mano. 

 

Abbiamo alternato ore di smart working dalla camera da letto con altre dagli spazi comuni a disposizione, a seconda della struttura in cui ci trovavamo. Non essendoci particolare affluenza perché le attività commerciali avevano riaperto da pochi giorni, anche l’area in comune dell’ostello era molto silenziosa e ci ha permesso di lavorare senza essere minimamente disturbati.

superaleontheroad road trip

La ricetta per lavorare in viaggio senza conseguenze per la tua azienda

Ammetto di essermi sentita molto professionale e…attuale!

Ho sempre visto i nomadi digitali come qualcosa di altro da me, che io non potessi essere…ma se pensate che bastano davvero una connessione wi-fi, un laptop e un caricatore per lavorare per la propria azienda da qualunque parte del mondo, questa è una vera e propria rivoluzione!

Il nomadismo digitale che idealmente abbiamo tutti in mente è da un’amaca a bordo di una spiaggia caraibica, ma come spiegano spesso Ilaria e Marco, la realtà è molto più semplice e banale di così…
vi posso assicurare però che, abituata a passare le mie giornate in ufficio, avere la possibilità di assaporare il lavoro da remoto anche da un B&B lungo la costa irlandese è stato entusiasmante!

 

Lavorare smart per me è un sogno diventato realtà ma allo stesso tempo richiede una abbondante dose di disciplina.

Le distrazioni potenzialmente sono infinite così come la tentazione di rimandare a più tardi. Oltre all’influenza dell’ambiente esterno, a volte è la nostra mente che non ci dà pace, e allora lì ognuno deve trovare il proprio espediente per recuperare la concentrazione.

 

Sia per me che per Gabriel il lavoro finisce alle 17.00 e, considerato che in Irlanda in estate il tramonto è dopo le 22.30, un tuffo nell’oceano a fine giornata non ce lo ha impedito proprio nessuno!

La nostra è la dimostrazione che è possibile lavorare come nomade digitale, anche quando l’azienda per cui lavori non te lo permette secondo i canoni standard!

 

Cosa serve per riuscirci? La ricetta è semplice

– disciplina in abbondanza

– wifi, laptop, caricatore, cuffie

– tanta voglia di vivere come se ogni giorno fosse l’ultimo!

 

Un abbraccio,

Super Ale on the road

 

 

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