Partire o non partire? Il grande dilemma del viaggiare durante il Covid

partire o non partire?

Partire o non partire?

Un moderno dilemma shakespeariano che si applica ai viaggiatori al tempo del Covid. Se nella prima ondata non avevamo scelta, il mondo ha chiuso le frontiere e chi è rimasto dentro (o fuori, come nel nostro caso) ha dovuto fare i conti con ciò che sarebbe venuto, ora, nella famigerata seconda ondata, non è così.

Ora molte frontiere sono aperte, quasi in segno di sfida. Ci chiedono di rimanere a casa, ma d’altronde ci si rende spesso conto che “casa” non è necessariamente più sicura di “casa in affitto da qualche altra parte”; che un aeroporto non è meno sicuro di un ristorante.

E così ci troviamo a oscillare tra queste due opzioni: partire o non partire? Restare o non restare?

Io non la so la risposta. Ma so che mi sono trovata a pormi questa domanda ancora e ancora solo poco tempo fa, e a pensare di impazzire per scegliere la mia risposta.

Un’analisi interiore ed esteriore che oggi voglio condividere, perché forse possa essere di aiuto a qualcun altro che se lo sta chiedendo…

“Partire o non partire?”

Questo dubbio mi ha martellato la testa per giorni, un tarlo continuo e terribile, un pendolo che oscillava tra il “sì, adesso parto e me ne frego di tutto” e il “no, non posso fare una cosa simile adesso“. Sono stata così disperata, a un certo punto, da rivolgere la stessa domanda persino a Google. E a scoprire con un mix di sorpresa e tristezza che non ero nemmeno la sola ad averla fatta.

Sì perché viaggiare oggi è diventato un bel dilemma: da quando il Covid-19 ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo, costringendoci tutti a nascondere il sorriso dietro una mascherina e ad aver timore del contatto con gli sconosciuti, il viaggio è diventato un po’ il capro espiatorio di tutto. Come se il virus si annidasse solo negli aeroporti, negli aerei, all’estero. 

Forse qualcuno non se lo sarà nemmeno posto una volta, questo dubbio. “Ma che domanda è? C’è una pandemia in corso e ti chiedi se andare in vacanza?!“. Lo so che qualcuno lo starà pensando.

Ma è chiaro che non parlo di vacanze, qui.

Parlo del viaggio nel suo senso più autentico, della possibilità di spostarsi e vivere per un periodo un’altra vita, altrove. Dell’improvvisa possibilità di nomadismo digitale che tante persone hanno sognato per anni e ora si trovano magari a poter vivere, con lo smart working generalizzato come conseguenza inaspettata della pandemia.

E quando senti quel desiderio che ti chiama, è difficile decidere di dire di no.

È stato così anche per me quando, poco tempo fa, mi hanno proposto di fare un breve viaggio nel sud del Portogallo: l’obiettivo era passare del tempo in una struttura che voleva ospitare nomadi digitali, per dare un feedback.

E io…sono andata in crisi.

Purtroppo non ho una risposta “giusta” al dilemma di cui sopra, nonostante io ormai la mia scelta l’abbia fatta. Credo che non esista, in realtà. Esistono tanti tipi di viaggi diversi, tante situazioni.

Ci sono anche momenti diversi: viaggiare quest’estate, con i casi in molti Paesi abbastanza sotto controllo, era diverso dal partire adesso, quando l’Europa sta velocemente sprofondando in una spirale che sa di dejavù.

Due settimane fa, quando questo dilemma interiore mi ha straziata, i casi nella Milano in cui mi trovavo stavano appena ricominciando a salire vertiginosamente, e il Portogallo sembrava relativamente sicuro. E forse quindi era anche più difficile di adesso scegliere.

Ma soprattutto, non c’è una risposta giusta perché le persone sono diverse: ognuno deve fare le proprie scelte, sentendosi a posto con la propria coscienza.

È per questo, in ultima analisi, che ho deciso di condividere la mia esperienza: non perché sia quella giusta o perché ti consiglio di fare lo stesso, ma per farti sapere che se ti stai ponendo questo moderno dubbio amletico…non sei solo.

E vorrei raccontarti le considerazioni che mi hanno portato a fare la scelta che ho fatto.

 

Viaggiare durante il Covid: una scelta difficile

viaggiare oggi si può

La voglia bruciante di rifare una valigia, di sentire una lingua diversa dalla mia, di assaggiare qualche piatto sconosciuto ed esotico, di sentire il profumo dell’oceano…tutto questo, quando quella proposta è arrivata, mi ha preso alla gola.

E ogni fibra del mio essere ha urlato “sì, voglio andare“.

Però poi, quando effettivamente mi sono messa a progettare il viaggio, qualcosa ha subito iniziato ad agitarsi all’altezza dello stomaco.

Mentre cercavo i voli e mi trovavo a leggere tutte le restrizioni in atto; quando studiavo come arrivare a destinazione e capivo che non era sicuro prendere l’autobus, l’unica soluzione sarebbe stata una macchina a noleggio. O quando immaginavo la vita in questo bellissimo luogo di retreat in cui sarei andata: le bellissime attività che non avrei potuto fare, e tutte le persone che avrei incontrato ma con le quali non avrei potuto stringere le relazioni semplici e spensierate che avrei voluto.

C’era qualcosa di profondamente sbagliato. E così ho iniziato a pensare che forse non fosse il caso.

 

Per quasi 3 giorni sono passata da una risposta all’altra, senza riuscire a decidermi. Sì, no, sì, no, sinosinosino…ogni volta che pensavo di aver preso una decisione, scivolavo sulla consapevolezza che non mi sentivo a posto con essa.

All’inizio, come dicevo, ho pensato di andare. “Non possiamo lasciare che questo virus ci fermi per sempre, che ci tolga la libertà basica di muoverci e di vivere“, mi ripetevo. Non possiamo restare in stallo per sempre.

Posso stare attenta come starei attenta a casa“, mi dicevo. Posso noleggiare una macchina, girare sempre da sola, portare sempre la mascherina. Posso evitare le aree comuni, la piscina, le attività sociali, le nuove conoscenze…….

Posso andare e tornare, e poi fare il tampone per stare tranquilla di non portare indietro un souvenir indesiderato.

Certo, potevo. E continuavo a dirmelo, sperando di convincermi a fare quello che il mio cuore in astinenza desiderava così tanto fare.

 

Ma ogni volta che pensavo di aver deciso per il sì, dopo qualche minuto di nuovo quella sensazione, quella morsa allo stomaco…

“Davvero vuoi farlo? Credi che sia la cosa giusta, ora?”

Non era paura, non era ansia: non era il virus in sé che mi bloccava.

Era più il pensiero di cosa era stato il viaggio, per me, e di cosa NON sarebbe stato questo, invece.

 

La vera domanda: ne vale la pena?

viaggiare durante il covidQuesto mi sono chiesta, dopo quasi 72 ore di seghe mentali senza prendere una decisione che durasse più di 10 minuti.

Dipende, è la risposta. Dipende da cos’è il viaggio per TE.

Per me, il viaggio è semplicità. È scoperta, è apertura al nuovo e al diverso. È voglia di esplorare lo sconosciuto e di perdermi in un gesto di coraggio. Fidarmi del fatto che andrà tutto bene, e che posso lasciare a casa le mie paure e i pregiudizi.

O almeno, lo era.

Adesso? Ora è diventato questa infinita trafila burocratica, una ricerca ansiogena di quali documenti servono, se sia necessario fare il tampone o no, come muoversi per rispettare la distanza sociale, cosa fare per non esporsi e non esporre gli altri.

È diventato un salto nel buio, non tanto per l’andata, ma per l’incognita del ritorno: si sa cosa si lascia, ma non cosa si trova al rientro. Le cose cambiano così velocemente, e in pochi giorni si passa dal girare liberamente coperti solo da una mascherina, al trovarsi a dover sottostare a un coprifuoco, o forse addirittura a un lockdown.

Ora il viaggio è diventato il contrario di apertura e coraggio: è chiusura, lontananza, timore, assenza.

E poi, in ultima analisi, ho pensato a questo blog. Alle cose di cui mi piace parlare e raccontare, a come mi piace ispirare gli altri a esplorare. Ho pensato a chi lo legge. A quale messaggio voglio mandare io, ora, nel mio piccolo…

 

E più ci pensavo, più guardavo i grafici dei contagi e leggevo gli accorati appelli dei medici e dei politici a limitare gli spostamenti e i contatti, più mi sentivo sbagliata.

Non potevo. Non so definire il perché, forse un guizzo di senso civico mal riposto. Non lo so, e non so se sia l’unica risposta possibile in questa situazione.

Molte persone da quel che vedo stanno viaggiando, e probabilmente si godono anche l’esperienza. Ma io non ci riuscivo.

 

La verità è che, alla domanda sopra, mi sono risposta di no.

Se il prezzo da pagare per vedere la vista dal finestrino di un aereo, sentire una lingua straniera e assaggiare qualche cibo etnico è di non poter vivere il viaggio nella sua bellissima spensieratezza, per me è un no. 

Nel caso in cui non posso lasciarmi la libertà di decidere cosa fare e dove andare, perché devo aver paura dei mezzi pubblici, degli assembramenti, delle chiusure, per me è no.

Se devo passare le mattine ad aggiornarmi sulle ultime restrizioni, a decifrare l’equivalente dei DCPM in lingua straniera, a chiedermi se posso o non posso fare quella determinata cosa…per me è no.

Certo, c’è viaggio e viaggio. Un conto è ad esempio partire in auto o in camper, andare a disperdersi nella natura, o spostarsi per vivere e lavorare per un lungo periodo in un posto diverso per “fuggire” a un appartamento in una città affollata. Forse in questi casi avrei dato una risposta diversa.

Un altro è pensare di fare un viaggio come quelli che avremmo fatto prima della pandemia, e di farlo convivere con la nuova realtà che stiamo vivendo ora.

Per come io amo vivere il viaggio, per me, non ne vale la pena.

 

Torneremo a viaggiare…ma quello che si può fare ora non lo è

 

 
 
 
 
 
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Io ci credo, oggi più che mai, che ci sarà un giorno in cui torneremo a viaggiare.

Ci credo, perché è nella nostra indole cercare di conquistare lo sconosciuto, di scoprire l’ignoto, di sperimentare il diverso. Perché a un certo punto dovremo superare questo periodo. Oppure dovremo imparare a conviverci, e reinventarci come esseri umani e come viaggiatori.

Una delle mie frasi preferite dice: “se fossimo fatti per restare tutta la vita nello stesso posto, avremmo radici al posto delle gambe“. E io ci credo tremendamente.

Però quel momento non è ora, almeno per me. Ho già provato la sensazione straniante di essere fuori, senza casa, senza certezze, durante una pandemia: ho passato il primo lockdown in un camper in Australia, ricordi?

Quella volta non abbiamo avuto scelta, abbiamo dovuto giocare con le carte che la vita ci ha dato in mano e sono felice delle scelte fatte. Ma ora? Farlo adesso deliberatamente, di nuovo, è un’altra storia.

E finché scrivo su queste pagine, pubblico sui nostri social e arrivo nelle caselle email di migliaia di nostri lettori con le mie parole, non ce la faccio a prendermi la responsabilità di incitare altri a farlo, o peggio di farli sentire tristi e invidiosi perché loro hanno fatto scelte più conservatrici delle mie e sono rimasti a casa.

 

Non possiamo viaggiare…ma non vogliamo fermarci: pronti al cambiamento.

 

 
 
 
 
 
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Penso che il settore turistico uscirà devastato da tutto questo.

Tanti, tantissimi non ce la faranno: chiuderanno bottega, si daranno alla creazione di mascherine forse, e quando i confini riapriranno sarà un contesto completamente diverso. Mi fa paura questo pensiero, e vorrei che non fosse così.

Vorrei poter fare una valigia con il cuore leggero, prenotare un biglietto aereo senza pensarci troppo, e andare alla scoperta del mondo senza vincoli come ho fatto tante volte, portando anche i miei soldi di viaggiatrice dove più ce n’è bisogno.

Però dall’altra parte mi rendo anche conto che il mondo di viaggi che stavamo creando…in realtà non andava bene per il mondo che ci ospita.

Il turismo sconsiderato e brutale come quello che ho visto in Cappadocia, che ha saccheggiato tante bellezze; le migliaia di aerei che ogni ora solcavano il cielo inquinando l’aria; la corsa al guadagno degli operatori turistici, spesso purtroppo a scapito delle popolazioni locali e delle attività tradizionali…

Non andava bene, semplicemente.

Serve un altro modo, una modalità diversa di vivere il viaggio e il mondo che abitiamo.

 

Io la sto cercando. Noi la stiamo cercando, anzi.

Ed è per questo che abbiamo preso una decisione:

parleremo sempre meno di viaggi, per tutti i motivi sopra.

 

Ma non vogliamo fermarci, se non fisicamente di sicuro lavorativamente: abbiamo trasformato un piccolo blog personale in un portale corale sul viaggio e sul cambio vita, ispirato e aiutato centinaia di persone, scritto per migliaia e migliaia di lettori. E tutto questo non può fermarsi.

Per questo abbiamo deciso che parleremo sempre meno di viaggi, e sempre più di quelle modalità meravigliose di scoperta ed esplorazione che possono permetterci di vivere bene anche questo momento così difficile.

 

In particolare di una nostra grande passione, che io vivo come hobby dal 2013 e Marco come professione dal 2018: la fotografia.

La fotografia intesa come esperienza per vivere ed esplorare il mondo, sia lontano che vicino. Per raccontare storie che meritano di essere condivise, che siano etniche o locali.

La fotografia come viaggio, e il viaggio come fotografia.

 

D’altronde, è pur sempre un viaggio solo andata. Un viaggio di cambiamento, “alla ricerca di un modo diverso di viaggiare, di lavorare, di essere felici“, come abbiamo scritto nel 2017, quando siamo partiti. E oggi è più vero che mai.

Spero che continuerai a crederci con noi, e a seguirci!

Torneremo a viaggiare e torneremo a parlare di viaggi, promesso. Facciamo in modo di arrivarci preparati, quando succederà: ci sarà così tanto da vedere, da raccontare, da fotografare.

 

Facci sapere i tuoi pensieri su tutto questo, e come tu hai deciso di adattare i tuoi programmi di viaggio alla pandemia.

Un grande abbraccio (degno dei viaggiatori pre-Covid),

Ilaria

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